Naomi Ōsaka e l’altra metà del Giappone: La questione hāfu

Con la vittoria agli US Open 2018 lo scorso Sabato 8 Settembre, la giovanissima tennista Naomi Ōsaka è attualmente il quarto argomento più cercato in Giappone, preceduta solo da notizie sul meteo, che in quest’ultimo periodo è stato poco clemente con l’arcipelago nipponico.

La sua vittoria ha reso la sua patria orgogliosa, un tripudio di articoli che ne osannano l’impresa sono stati pubblicati su testate giapponesi anche in altre lingue, in cui viene specificato come l’atleta sia giapponese.

In realtà, la sua rinnovata popolarità riapre una questione molto importante della società giapponese, quella degli hāfu.

Naomi è infatti una hāfu, pronuncia nipponizzata dell’inglese “half”, termine entrato a far parte del gergo popolare giapponese per indicare i figli nati da coppie miste, con un genitore giapponese ed uno straniero.

Il termine è diventato popolare in questo senso intorno agli anni ’70, quando è scoppiato il “boom della razza mista” (konketsu būmu), un periodo in cui i media e l’industria dell’intrattenimento giapponesi hanno lanciato moltissimi artisti di origine mista, soprattutto euroasiatici.

Il primo vero ‘incontro’ del Giappone con i suoi figli a metà però è avvenuto nel secondo dopoguerra, in maniera abbastanza traumatica e burrascosa.

All’indomani della Seconda Guerra Mondiale, la dichiarazione di Postdam sancì la resa del Giappone e diede inizio all’occupazione americana, che durò all’incirca otto anni.

I primi hāfu erano i figli dei tantissimi soldati americani giunti in Giappne in questo periodo e che a causa delle restrizioni imposte dal governo americano, che scoraggiava le relazioni con le donne locali, erano esortati a non assumersi alcuna responsabilità nei confronti di questi bambini.

Nel 1952 la situazione si ammorbidì, questo veto venne tolto ma moltissimi restarono i bambini hāfu abbandonati o orfani che vivevano in condizioni di forte degenza. Si considera che in questo periodo la maggior parte della popolazione nippo-statunitense residente in Giappone fosse costituita da questi bambini.

Dal punto di vista sociale la loro situazione non si alleggerì, essi restarono oggetto di forti discriminazioni, soprattutto coloro che hanno – come la Osaka – un colore di pelle diverso dagli altri e che non possono ‘passare inosservati’ come dei ‘veri giapponesi’.

Questi venivano indicati con nomignoli dispregiativi come gaijin ( 外 人 “straniero”), kuronbo (黒んぼ”negro“), hitokui jinshu (人食い人種”cannibale”) o ainoko (合の子”figlio di miscuglio”) ed erano spesso costretti a svolgere i lavori più umili.

Il boom degli anni settanta riuscì in parte ad eliminare questo stigma, almeno dal punto di vista lessicale, diffondendo il termine hāfu rispetto agli altri meno felici usati in precedenza, ma la loro situazione effettiva non cambiò: la fama di questi artisti hāfu si basa tutta sul loro essere figli di coppie miste e sugli stereotipi ad essi collegati.

Negli anni 2000, lo stereotipo dell’hāfu è diventato, per così dire, uno stereotipo “positivo”, associato alle Boarding School, scuole private più internazionali dove spesso i figli di coppie miste vengono mandati sia per evitare la discriminazione, sia per entrare in contatto con altre culture.

L’hāfu è quindi diventato benestante, ma ciò non allevia in alcun modo il loro stigma sociale.

Un caso molto famoso è stato quello della modella Ariana Miyamoto, diventata nel 2015 la prima Miss Universo Giappone metà giapponese e metà afro-americana.

La notizia della sua elezione ha sia sollevato molte lodi e molte voci di incoraggiamento e di inclusione, ma ha anche risollevato la questione hāfu.

Può un hāfu rappresentare una nazione così fondata sull’omogeneità e l’omologazione come quella giapponese?

Alcuni non erano d’accordo.

Con Naomi Ōsaka e con l’aumento del numero di stranieri in Giappone, agevolati anche da delle politiche inaugurate dal ministro Abe per rendere Tokyo una città più cosmopolita e ‘gaijin-friendly’, in occasione delle Olimpiadi del 2020, la ‘questione hāfu‘riemerge.

Molti hanno trovato ipocrita quest’ondata di orgoglio nazionale, poiché sembra che, agli occhi dell’opinione pubblica, un hāfu sia giapponese solo se è di successo o se porta ‘onore e gloria’ alla nazione.

Sia Naomi che Ariana hanno dichiarato di essere state molto discriminate crescendo in Giappone, ma nonostante questo si sentono entrambe giapponesi.

Altro elemento problematico della questione è la parola hāfu in sé, considerata da molti hāfu stessi dispregiativa, un modo per dissociare quei giovani che sono e si sentono completamente giapponesi, che indica qualcosa di incompleto, di non finito. Altre parole sono state proposte e sono diventate più popolari in tempi recenti, kokusaiji ( 国際児”bambino internazionale”) e daburu (ダブル? dall’inglese double, “doppio”), ma anche questi termini non sono accettati senza problemi.

Un articolo interessante di Kris Kosaka (Half, bi or double? One family’s trouble, Japan Times, 2009) parla di questa problematica dall’interno, essendo la Kosaka una americana sposata con un giapponese. Kosaka sottolinea come tutti questi termini servono per sopperire a una mancanza linguistica, poiché in giapponese non esiste un corrispettivo esatto della parola inglese bi-racial e non è d’uso comune indicare la doppia nazionalità con una parola composta (come ad es. italo-americano).

Kosaka si sofferma a riflettere sul futuro dei suoi figli, mentre per quanto mi riguarda, mi sono soffermata sull’idea di hāfu e dello stigma che essa si porta.

I più recenti avvenimenti italiani certo non mi fanno brillare di saggia autorevolezza, però mi auguro comunque che il Giappone riesca a ‘fare pace’ coi suoi figli, che non sono solo hāfu ma anche appartenenti a minoranze etniche (cfr. gli ainu) o figli di immigrati, soprattutto coreani, il cui status sociale e il cui sacrificio deve essere ancora riconosciuto per bene. C’è chi ha visto nelle lodi alla performance di Naomi un passo avanti nel riconoscimento degli hāfu e io voglio schierarmi con loro, fiduciosa.

Per Approfondire – consiglio Hafu, un documentario creato da due giovani ragazze per metà giapponesi: http://www.hafufilm.com

Annabella Barbato

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