Venezia 75 (parte 1 di 2)

Dal 29 agosto al 9 settembre si tiene la 75esima Mostra del Cinema di Venezia, come l’anno scorso mi sono lanciato nell’esperienza delirante di file interminabili, ore di sonno perse per assistere a proiezioni alle 8 di mattina e confusione mentale derivata dalla visione di una media di 3 film al giorno. Questo è il primo resoconto dei film che ho visto finora.

Come per l’anno scorso, doverosa premessa: per alcuni titoli mi avvarrò della parola “caruccio” secondo la definizione data da Zerocalcare: “Caruccio vordì che te lo scarichi e te lo guardi a casa invece de buttà 7 euri”, buona lettura.

VENEZIA 75 – CONCORSO

FIRST MAN, di Damien Chazelle


Due anni dopo “La La Land” Chazelle torna ad aprire il Festival di Venezia col suo biopic su Neil Armstrong. “First Man” è un film epico in stile classico, che punta molto sulla costruzione del coinvolgimento emotivo dello spettatore, ma senza entrare in profondità nella scrittura dei personaggi, che effettivamente rimangono molto piatti. Il film, però, è tecnicamente impeccabile e per le sue due ore di durata tiene attaccati allo schermo, in più le scene nello spazio valgono il prezzo del biglietto.

THE FAVOURITE, di Yorgos Lanthimos

Lanthimos nella sua forma migliore: irriverente, spietato, inquietantemente ironico e a tratti geniale. Supportato da delle performance attoriali maestose, il regista greco gira uno dei film decisamente più interessanti del festival. Soprattutto colpisce l’interpretazione di Emma Stone, che in questo dramma tragicomico sui rapporti di potere tra donne nella nobiltà del ‘700 costituisce una vera sorpresa. Con una regia che tinge a piene mani da Kubrick ma finalmente riesce a emanciparsene e creare un film completo, maturo e appetibile anche al grande pubblico.

ROMA, di Alfonso Cuarón

Messico, anni ’70, bianco e nero lucidissimo. Semi-autobiografia sentita che si trasforma in cinema allo stato puro. “Roma” trasuda arte in ogni sua singola inquadratura. Dopo “I figli degli uomini” e “Gravity” Cuarón tira fuori dal cilindro questo film intimissimo e di una eleganza magistrale, che ammicca al cinema italiano classico e all’epica dei vari Leone, Scorsese, Bergman. Per chiunque ami la Settima Arte sarà impossibile non rimanerne catturati almeno un po’.

THE MOUNTAIN, di Rick Alverson

Film molto estetico, a metà tra il teatro sperimentale e la fotografia, “The Mountain” non restituisce però appieno il senso di straniamento che voleva dare. Gli evidenti problemi di ritmo e la caratterizzazione dei personaggi fallace (volutamente o no, ci lasciamo il beneficio del dubbio) rendono la narrazione eccessivamente rarefatta e non ci permette di entrare perfettamente dentro la vicenda. Ci sono tutti gli estremi per il “caruccio”, però è un’opera prima e diamo fiducia al regista, che a livello tecnico dimostra di avere un discreto talento.

THE BALLAD OF BUSTER SCRUGGS, dei fratelli Coen

Interessante rivisitazione del genere western come i Coen ci hanno abituato. Nata come una serie tv Netflix e trasformata in un film a episodi, qui risiede il suo più grande limite. Risulta forse un po’ troppo incompleto o disorganico per risultare credibile al 100%. Per questo avrebbe probabilmente meritato più una collocazione nella sezione “fuori concorso” rispetto alla competizione ufficiale, ma a dispetto di questo i Coen sono sempre dei maestri e il film è godibilissimo, quindi si invita caldamente ad andarlo a vedere quando uscirà.

PETERLOO, di Mike Leigh

Dopo “Turner” Leigh torna a narrare la Storia inglese, questa volta con la S maiuscola. Il film racconta le vicende che precedono (e il momento stesso) il massacro di Peterloo del 1819, nell’ambito degli aneliti di democrazia e suffragio universale della popolazione. Girato con perizia eccezionale, il preambolo del massacro, che prende 2/3 del film, prepara al reale nucleo dell’opera, cioè il massacro stesso. E forse quest’ultima parte è l’unica che funziona davvero nella sua totalità, in grado di giustificare la presenza del film in concorso a Venezia.

NAPSZÁLLTA, di László Nemes

Un film sontuoso, esteticamente magistrale. “Sunset” (il titolo in inglese) è girato alla maniera del “Figlio di Saul” per rappresentare un’allegoria pazzesca dell’Impero austro-ungarico e soprattutto della sua decadenza. Grazie a un espediente narrativo intelligente Nemes racconta la Storia dell’Ungheria di inizio Novecento tramite un personaggio simbolico che si pone come deus ex machina involontario (o forse no) di tutta la vicenda. Come nel suo film precedente, il regista di Budapest mira a raccontare l’oscurità che si nasconde nell’animo umano e mette in scena con assoluta maestria l’inferno in terra che gli uomini sono in grado di scatenare.

 

WHAT YOU GONNA DO WHEN THE WORLD’S ON FIRE, di Roberto Minervini

Dopo “Roma”, altro elegante bianco e nero per questo documentario duro e poetico di Minervini, che torna a raccontare l’anima più verace e violenta degli Stati Uniti contemporanei. Prende spunto dal titolo di una famosa canzone soul per raccontare la vita quotidiana di una comunità di afroamericani nell’America di Trump e del risveglio del clima d’odio razziale. Sono emblematiche le sue parole durante la conferenza stampa, che testimoniano l’assoluta bontà artistica del progetto e l’ennesimo invito ad andare a vedere anche questo film al cinema, se gli sarà concesso di uscire in sala.

VENEZIA 75 – ORIZZONTI

L’ENKAS, di Sarah Marx

Dopo aver digerito la delusione di non essere riuscito a vedere l’attesissimo film d’apertura “Sulla mia Pelle” mi sono voluto consolare con quest’opera prima francese. Le premesse c’erano tutte: criminalità, storia di depressione, rapporto madre-figlio, ketamina, il cognome della regista. E invece questo “L’Enkas” è il prototipo del film caruccio, vuoi che non mi ricordo mezza scena dopo tre giorni e giuro di essere stato sveglio per il 90% del tempo.

TEL AVIV ON FIRE, di Sameh Zoabi

Se vi dico che questo film è un Boris (la serie tv) palestinese, vi serve altro per tentare di recuperarlo? Il titolo deriva dal nome di una soap opera palestinese per cui inizia a lavorare il protagonista, che vive a Gerusalemme e che ogni giorno deve attraversare il checkpoint. La narrazione procede fluida tra molti spunti esilaranti e degli ottimi momenti di riflessione politica. In generale si è meritato la calorosa accoglienza della Sala Darsena al termine della proiezione.

THE DAY I LOST MY SHADOW, di Soudade Kaadan

Altra opera prima, questa volta siamo in Siria. Ambientato nel 2012, allo scoppio della guerra, questo film presenta una tensione morale precisa e una volontà di utilizzare il mezzo cinematografico allo scopo di raccontare una realtà devastata e mediaticamente abusata come quella del conflitto siriano. Ci riesce parzialmente ma con una grande forza poetica, quindi non ci sono gli estremi per il caruccio, ma anzi riesce a introdurre lo spettatore nel grande orrore del conflitto inserito in un contesto di vita quotidiana.

VENEZIA 75 – SCONFINI

IL RAGAZZO PIÙ FELICE DEL MONDO, di Gipi

Unico film che sono riuscito per ora a recuperare di questa sezione, il film di Gipi – 7 anni dopo “L’ultimo terrestre” che venne presentato proprio qui a Venezia – è una commedia divertente e scanzonata, che si lascia guardare senza troppi problemi. Oltre ad alcuni momenti che sfiorano la tipica poetica del fumettista, ci sono degli spunti comici davvero interessanti che lo rendono una boccata d’aria fresca in un festival che di solito ci riserva tanti traumi a livello emotivo.

Dal Lido per ora è tutto.

Claudio Antonio De Angelis

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