Linguaggio osceno: come la politica dell’odio mina la democrazia

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Nel novembre 2015, quando gli europei stavano lottando con lo shock per gli attacchi terroristici islamisti nella capitale francese di Parigi, il Daily Mail, un giornale scandalistico inglese, pubblicò una vignetta in risposta agli eventi. Questa mostrava un gruppo di persone, la maggior parte delle quali chiaramente musulmane – come indicato dalle barbe degli uomini e dalle donne velate – che attraversavano il confine dell’Unione Europea. Un cartello promuoveva i confini aperti dell’UE e il libero passaggio delle persone. Ai piedi delle persone c’erano dei ratti che saltavano il confine all’ombra degli immigrati. La vignetta provocò indignazione, come era indubbiamente previsto: aveva connesso l’afflusso di centinaia di migliaia di rifugiati di guerra del Medio Oriente in Europa quell’estate con una crescente minaccia terrorista e messo sullo stesso piano alcuni di coloro che attraversavano il confine ai roditori. Forse l’artista aveva diretto tale paragone solo agli estremisti violenti, o forse no. In ogni caso, l’apparizione della vignetta calzava a pennello con un inquietante modello. Quell’aprile la controversa editorialista Katie Hopkins aveva pubblicato un pezzo d’opinione particolarmente estremo sul Sun riguardo l’argomento migranti. Parte di esso diceva: 

“No, non mi importa. Mostrami immagini di bare, mostrami corpi galleggianti nell’acqua, suona violini e mostrami persone molto magre che sembrano tristi.
Ancora non m’importa.
Perché nel minuto successivo mi mostrerai immagini di giovani uomini aggressivi a Calais, che si diffondono come dei norovirus su una nave da crociera.
Guardarli tentare di arrampicarsi sui camion inglesi e rubare loro un passaggio per il Regno Unito, provo pietà? Solo per i guidatori inglesi, che vengono colpiti da una multa ogni volta che uno di questa piaga di umani selvaggi finisce nei loro furgoni.”

Hopkins non si era limitata a comparare i migranti ad un virus e a chiamarli “piaga di selvaggi umani”. Più tardi nello stesso testo li aveva collegati agli scarafaggi.
L’anno dopo, sulla scia della campagna delle elezioni presidenziali statunitensi, Donald J.Trump – non conosciuto come un fan della poesia – si è ripetutamente appropriato del testo della canzone di Al Wilson del 1968 “The Snake” per paragonare i rifugiati siriani ad un serpente velenoso che, come la canzone descrive, trae in inganno una donna ingenua dandole riparo solo per avvelenarla.
Per gli studenti di storia la comparsa di tale linguaggio – riferito ad un gruppo, in questo caso gli immigrati, come roditori, insetti, animali morti, spogliandoli della loro umanità – era scioccante.
Nella Germania degli anni ’30 del Novecento gli ebrei erano rappresentati come ratti nella propaganda nazista – propaganda che aveva aperto la strada agli orrori che i soldati sovietici avrebbero trovato nei campi di sterminio nell’Europa orientale tra il 1944 e il 1945. Nel 1994 la trasmissione Radio Television Mille Collines in Rwanda fece un discorso descrivendo i membri del gruppo etnico dei Tutsi nel Paese come, sì, scarafaggi. In pochi mesi quell’estate gli estremisti della tribù degli Hutu, scatenati dai discorsi d’odio, massacrarono circa 800.000 Tutsi, molti dei quali con macheti o altri semplici utensili, fin quando l’intera nazione non puzzò di corpi morti.
Gli accesi dibattiti che i paesi occidentali conducono riguardo l’immigrazione e l’ascesa del populismo dell’estrema destra, dall’Ungheria al Regno Unito, dagli Stati Uniti all’Italia, hanno spostato la linea di confine dei discorsi pubblici in questi paesi.  I limiti riguardo cosa è accettabile sembrano essersi drammaticamente spostati e le regole di condotta precedentemente accettate sono state abbandonate. Come l’odio diventa tendenza, alcuni dei pilastri su cui la società occidentale è costruita sono a rischio: la legge, la democrazia, il pluralismo, la dignità individuale.

 

La politica del ferire gli altri

Nel 2016 gli americani hanno dovuto scegliere tra due diversi stili di politica. La campagna di Hillary Clinton era basata sullo slogan “Stronger Together” (Più forti insieme), promuoveva unità ed inclusività ed era costruita su ciò che il popolo americano ha in comune. Donald Trump presentava una differente visione, una visione divisiva, che si focalizzava su tutti coloro che intendevano danneggiare i suoi maggiori sostenitori: l’élite di Washington, i media, gli immigrati, gli alleati americani, i democratici, i musulmani, ecc… Senza l’esistenza dei nemici che potrebbero essere incolpati di tutti i problemi – reali o percepiti – dell’America, la campagna di Trump non avrebbe avuto un trainante motivatore. E per diventare credibile nel suo attacco all’ establishment, Trump ha dovuto lavorare fuori dai limiti del rispettato politico, diventare politicamente scorretto, dire ciò che le persone volevano sentire. I suoi sostenitori erano felici di seguire il suo percorso. Se qualcuno volesse dubitare che larga parte della sua campagna fosse basata sull’alimentare il risentimento e che il sentimento che i suoi fan sentivano con maggior passione fosse l’odio, allora dovrebbe guardare le magliette “Trump that B*tch” (Trump quella p*ttana), i canti “Lock her up” (Arrestatela), i violenti assalti agli attivisti liberali che tentavano di interrompere i raduni di Trump. Trump ha giocato per tutto il tempo: voleva dare un pugno in faccia ad un uomo che protestava, fantasticava riguardo quell’uomo portato via su una barella. Nel marzo 2016, a St.Louis, Missouri, dichiarò:

Voi sapete che parte del problema, e parte del motivo per cui va avanti da tanto, è che nessuno vuole ferire più nessun altro, giusto? E questi sono politicamente corretti allo stesso modo nel farli fuori, e così ci vuole più tempo.

L’8 novembre di quell’anno, 62.984.825 americani votarono per far diventare Donald J.Trump il 45esimo Presidente degli Stati Uniti.

I nemici del popolo

L’ufficio non ha dimostrato una moderata forza su Donald Trump. Infatti, uno degli schemi di comportamento che sono emersi durante la campagna e che continuano dopo il giorno del suo insediamento è il tentativo di delegittimare i procedimenti e le istituzioni della democrazia americana. Un mese prima del giorno delle elezioni, il candidato Trump dichiarò che le lezioni sarebbero potute essere state truccate contro di lui – senza offrire dettagli. Da poche settimane dopo le elezioni fino ai primi mesi d’ufficio, dichiarò – di nuovo contrariamente all’evidenza – che milioni di immigrati illegali avevano votato alle elezioni presidenziali e quindi sostenuto il totale dei voti popolari per Hillary Clinton, che aveva superato i suoi di appena meno di tre milioni. (E’ una sottile ironia della storia che in questi giorni le prove dal governo russo di aver manomesso quell’elezione per Donal Trump stiano diventando sempre più chiare e chiare.)
Trump non ha solo tentato di minare la lealtà nel processo elettorale statunitense. Allo stesso modo frequenti erano i suoi attacchi al sistema giudiziario, la cui indipendenza da quello esecutivo è uno dei più basilari principi della democrazia. Dopo che un giudice del Nono circuito della Corte distrettuale, a San Francisco, ha bloccato un ordine esecutivo di Trump riguardo all’immigrazione, il Presidente ha fatto sapere che c’erano proposte per ‘sciogliere’ il Nono circuito e che egli era aperto a quest’idea.
Un bersaglio preferito da Trump, comunque, è la stampa. Come la separazione dei poteri, la libertà della stampa di riferire ciò che il governo sta facendo e di mantenere il potere di fare resoconti è vitale per una sana, funzionale democrazia – già Trump li aveva chiamati “nemici del popolo”, bandito i giornalisti degli organi di stampa come la CNN dal partecipare alle conferenze stampa del governo, e invece appariva soprattutto sui canali che non lo criticavano, come ad esempio Fox News. La stampa è stata fino ad ora così coraggiosa nella sua ribellione ai discorsi razzisti dall’alto ufficio della nazione, ma ancora la maggior parte degli americani sembra ascoltare il suo presidente.
Un tale aperto disdegno nei confronti delle istituzioni di una società libera non è limitato agli Stati Uniti, ad ogni modo. In Germania i sostenitori del movimento di estrema destra Pegida e il partito anti-immigrazione AfD frequentemente parlano riferendosi ai media come ‘stampa bugiarda’ e diffamano la cancelliera tedesca Angela Merkel chiamandola dittatrice o traditrice. Il Daily Mail nel Regno Unito, che ho citato prima, una volta si è rivolto ai giudici, che avevano fatto passare una sentenza riguardo i diritti del parlamento di decidere sulla Brexit, come “nemici del popolo” – a lettere maiuscole, in prima pagina.

“Loro” e “noi”

L’attacco ai media e alle corti è una cosa. E mentre è certamente molto fastidioso vedere le più importanti istituzioni di una società aperta essere attaccate, alla fine esse sono abbastanza forti per sopravvivere da sole. Un’altra cosa è quando lo stesso odio è usato per isolare coloro che sono già vulnerabili. Ciò ci riporta indietro agli scarafaggi, i serpenti e i ratti. Lo stile del populismo di destra che sta diventando una forza dominante nella politica occidentale cresce quando parliamo della complessa questione della migrazione e dei flussi di rifugiati in un mondo globalizzato in modo semplificatorio e provocatorio. Gli immigrati e i richiedenti asilo sono paragonati agli animali o, in un’altra serie di metafore spesso usate, ai disastri naturali: sciami, alluvioni, ondate, maree di persone che arrivano. Sì, ci sono stati nauseanti dibattiti in molte nazioni riguardo gli stranieri e l’immigrazione prima. Ma raramente nel dopoguerra della Seconda guerra mondiale l’odio è stato così di tendenza. I sostenitori di Trump e di Farage e della Le Pen dividono il mondo in “loro” e “noi”, “interni” ed “esterni”. Alimentano la paura. Deumanizzano, astraggono gli esseri umani in masse identiche, li trasformano in disastri naturali. Nella campagna per la Brexit, un viaggio di disperati ed esausti migranti in movimento è diventato scenografia per il politico dell’estrema destra Nigel Farage, sfruttato per un poster sotto il titolo “Breaking Point” (Punto di rottura). Certamente ogni società può – e dovrebbe – dibattere apertamente riguardo ai benefici e ai costi dell’immigrazione. Ma demonizzare certi gruppi e giocare con la paura delle persone e i pregiudizi ha poco a che fare con un dibattito responsabile e onesto.

Le parole sono proiettili

I demagoghi dei nostri tempi e i loro sostenitori/facilitatori/apologetic frequentemente offrono una semplice difesa alle accuse che essi stiano diffondendo odio: “sono solo parole, gente”, per citare Donald Trump. “Non voleva realmente intendere ciò”. “Non lo farà davvero”. Commenti riguardo alle donne molestate sono “chiacchiere da spogliatoio”. E così ancora e ancora. Ma questo è il problema: sono solo parole, ma queste parole causano un danno reale. Specialmente quando sono state dette da persone con una piattaforma, le cui voci sono ascoltate da milioni. Un linguaggio violento spesso precede, legittima e ispira reale violenza.
Poco prima dell’una di pomeriggio di giovedì 16 giugno 2016 il membro labourista del parlamento inglese Jo Cox fu accoltellato da un cinquantunenne nel suo distretto elettorale del West Yorkshire. Presto le inchieste insinuarono che l’uomo aveva gridato “Prima la Gran Bretagna” quando aveva assassinato il politico. Il poster “Breaking Point” di Nigel Farage era stato svelato due ore prima. Le settimane dopo il voto per la Brexit ha visto un incremento nei casi riportati di discriminazione etnica o razziale. Questo giugno una ricerca di accademici dell’Università di Warwick ha suggerito una connessione tra i tweet anti-islamici di Donald Trump e un susseguente incremento degli attacchi ai musulmani. In Germania il massiccio numero di rifugiati che sono entrati nel paese durante il 2015 era accompagnato da un picco di crimini d’odio verso i richiedenti asilo. Quando il dibattito ha perso parte del suo ardore, il numero degli attacchi ai rifugiati è diminuito, nonostante sia rimasto a livelli preoccupanti: 3.500 in tutto il 2016, 2.200 durante tutto lo scorso anno e circa 700 nella prima metà del 2018. In Italia i primi due mesi della coalizione populista e di estrema destra sotto il Primo ministro Conte e l’intensamente anti-immigrazione ministro dell’Interno Matteo Salvini è proseguito con un numero di gravi crimini motivati da razzismo e odio degli stranieri. Un giornalista italiano ha contato un totale di circa 33 incidenti tra l’insediamento del nuovo governo l’1 giugno e il 31 luglio.
Di certo nessuna linea diretta può essere disegnata per connettere i leader di estrema destra americani, italiani, tedeschi, francesi o inglesi a individuali crimini d’odio. Ma c’è un impressionante legame tra la retorica dell’odio che diventa dominante nei discorsi pubblici e il numero degli attacchi a stranieri e minoranze etniche. I piromani del linguaggio, i sostenitori di Trump, Le Pen e Salvini, devono assumersi la responsabilità – non per i crimini individuali commessi dagli altri, ma per la creazione di un clima nel quale tale violenza improvvisamente sembra giustificata e legittima.

La nuova normalità

I discorsi pubblici in molte democrazie occidentali sono diventati tossici. La retorica è vile e offensiva e coloro che maggiormente soffrono per questa crescita sono i gruppi già emarginati: minoranze etniche, immigrati, rifugiati. Coloro che sono visibilmente differenti rispetto alla maggioranza sono particolarmente vulnerabili e di questi tempi vengono isolati assai frequentemente.
Questo articolo era già all’ultimo stadio della stesura quando Donald Trump ha usato Twitter per attaccare Omarosa Manigault Newman, precedente membro dello staff della Casa Bianca che attualmente sta promuovendo un libro riguardo il periodo in cui lavorava per lui, chiamandola, tra le altre cose, “cane” – un insulto maggiormente disturbante e offensivo quando riferito ad una donna afro-americana. I media hanno colto l’opportunità, ma il linguaggio formale del giornalismo non ha potuto pienamente descrivere quanto sia stato orripilante. La CNN lo ha descritto come “nel migliore dei casi una tagliente divergenza dal linguaggio tipicamente impiegato dai presidenti e nel peggiore dei casi una citazione che traffica con un’immagine sessuale e razzista”. Il Washington Post ha accuratamente notato che “la storia è piena di leader autoritari che hanno cercato di deumanizzare individui o gruppi di persone chiamandoli animali”, mentre il New York Times ha concluso che il Presidente “ha reso chiaro che non ha alcuna intenzione di moderare il suo linguaggio quando si sente sotto attacco, senza riguardo per le critiche che riceve violando il rispetto reciproco che normalmente accompagna l’ufficio del presidente”. L’insulto è stato notato per essere straordinariamente aggressivo anche per gli standard di Donald Trump. Leggere gli articoli sui giornali riguardo agli incidenti come questi può lasciare a qualcuno la sensazione che coloro che hanno scritto queste linee si sforzano di impacchettare il loro shock per le parole del Presidente nel linguaggio del giornalismo. Questa è la nuova, disgustosa, bizzarra, orripilante normalità. Trump e le sue immagini allo specchio nelle altre nazioni hanno cambiato e rotto le regole che tradizionalmente governano il dibattito. Hanno distrutto la civiltà. Hanno abbracciato la demagogia. E’ impossibile enfatizzare quanto sia pericoloso questo per la democrazia. Classificare i critici come pubblici nemici, usare un linguaggio deumanizzante, incoraggiare azioni di violenza, individuare gruppi vulnerabili come obiettivo di odio e danneggiare le istituzioni democratiche – questo è come il fascismo appare. E’ tempo di resistere. E’ tempo di farsi sentire.

David Zuther
Traduzione di Martina Moscogiuri

 

Image source: Ted Eytan (Flickr) under a Attribution-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-SA 2.0) license, available under https://www.flickr.com/photos/taedc/30840280412. License available at https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0/

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