3%: meritiamo davvero un mondo meritocratico?

Quante volte di fronte a un’ingiustizia, o magari vittime di un pizzico di invidia per le fortune altrui, ci siamo appellati alla meritocrazia, parlando di un mondo ingiusto, nel quale chi più merita non sempre riesce ad avere più successo. Più o meno questa deve essere stato il quesito centrale dei creatori di 3%, una serie televisiva brasiliana pubblicata su Netflix nel novembre del 2016.

Ambientata un futuro ipertecnologico da noi non molto remoto, 3% divide il suo mondo – che sembra, etnicamente e geograficamente, corrispondente al Brasile –  in due grandi categorie: l’Entroterra – Continente, in lingua originale – un enorme favela in cui povertà, malattie e criminalità dilagano senza controllo; e l’Offshore – o Maralto – un mondo ideale, ipertecnologico al quale può accedere soltanto l’élite della società, coloro considerati privi di difetti e degni di elevarsi a questo mondo perfetto.

A dividere questi due mondi, non c’è nessun merito di nascita o di sangue; per accedere al Maralto ogni anno viene organizzata una selezione, chiamata Processo: attraverso una serie di prove fisiche, mentali, logiche, comportamentali e psicologiche, i ragazzi che hanno compiuto il ventesimo anno di età possono tentare di accedere a questo luogo paradisiaco; soltanto il 3% di loro potrà lasciare l’Entroterra e andarsi ad unire all’èlite del Maralto, mentre il 97% di loro non avrà più alcuna possibilità di parteciparvi.

L’idea di fondo di 3% è dunque una divisione meritocratica del mondo: non esistono più classi sociali, né basate sul censo né tantomeno sulla nascita; la popolazione viene divisa in maniera manichea tra Entroterra e Offshore secondo una rigida selezione meritocratica. La meritocrazia, il merito e l’individualismo: sono concetti chiave del Processo: il 3% degno di vivere negli agi del Maralto non è moralmente più elevato del restante 97% che abita il Continente; gli eletti dal processo sono però intellettualmente superiori, dotati di ottime capacità fisiche e intellettive, in grado di dividere nettamente la sfera intellettiva da quella affettiva, in grado di contare solo su stessi e di rinnegare i propri affetti e la propria famiglia per una nuova vita dopo il Processo.


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3% si presenta dunque come una distopia, per alcuni tratti molto simile a quella degli Hunger Games, ma che riesce a mantenere un buon grado di originalità, soprattutto grazie all’ambientazione brasiliana, molto più realistica e meno debitrice del mondo fantasy e fantascientifico. Lo spunto di riflessione che la serie sembra proporre è: davvero sarebbe giusto un mondo basato su rigidi principi meritocratici? L’individualismo, la meritocrazia basata su principi scientifici davvero ci condurrebbero a un mondo più giusto?

La prima stagione, basata sulla partecipazione al Processo da parte di Michele, Joana, Rafael e Fernando, presenta con più intensità questo quesito: seppur lasciato sullo sfondo, esso emerge con forza dalla narrazione delle vicende personali dei protagonisti e di come il Processo renda le persone meno umane ed empatiche. I protagonisti presentano un buon grado di approfondimento psicologico e difficilmente si prestano ad essere relegati a stereotipi narrativi, essendo ognuno di loro personalità work in progress, che a mo’ di bildungsroman, sono presentate in fase embrionale e formano episodio dopo episodio.

A partire dalla conclusione della prima stagione e lungo tutta la seconda stagione, le fila della narrazione si dipanano intorno al fulcro narrativo della lotta tra le forze del Processo e quelle della Causa, un’organizzazione clandestina che cerca di abbattere il lussuoso ghetto del Maralto per restaurare un mondo senza più divisioni. I personaggi tendono ad appiattirsi su maschere narrative prevedibili e gli spunti di riflessione sembrano cedere il posto a una narrazione più concitata e veloce.

3% infatti presenta spunti di riflessione davvero interessanti, sia sotto il profilo sociologico che antropologico: il valore dell’individualismo e della meritocrazia, l’organizzazione sociale e la divisione in classi, l’accesso del benessere riservato soltanto a un’élite, la selezione di un’umanità migliore in base a dei test scientifici. Questi spunti però, a mio avviso, vengono sfruttati poco e male: si ha l’impressione che sceneggiatori, regista e produttori si siano concentrati più su di una narrazione che sappia coinvolgere un pubblico generalista che sullo sviluppo di una critica sistematica a determinati valori, già presenti in embrione nella nostra società, e che distopicamente potrebbero condurre a una società così meritocraticamente ingiusta.

Non disponibile del doppiaggio in italiano, risulta assai godibile in lingua originale, il portoghese brasiliano, con l’aiuto dei sottotitoli in italiano.
Concludendo, 3% risulta essere un prodotto godibile: rimane il rammarico per la buonissima idea di fondo che sembra essere stata sprecata, in nome di un maggior numero di fruitori, da parte dei produttori e degli sceneggiatori. Con una prima stagione sicuramente molto interessante sia sotto il profilo narrativo che ideologico, e una seconda stagione che invece vede un progressivo appiattimento del versante critico per un maggiore sviluppo narrativo – tutto a favore della suspense tipica del thriller – confidiamo che la terza stagione, prevista per il 2019, sappia risollevarsi e portare avanti quegli spunti critici che sembrano essersi arrestati con la chiusura della prima stagione.

 

Danilo Iannelli


Fonti fotografie:

Immagine in evidenza: www.zone-six.net

Immagine nell’articolo: www.ign.com

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