Petra: sogno d’Oriente

L’ingegno non mancò di certo agli antichi per creare le loro città dove il bello potesse incontrare il monumentale e l’utile. Nemmeno i popoli nomadi sono stati indifferenti al fascino della pietra. Tra questi meritano sicuramente un posto privilegiato i Nabatei, indipendenti, fieri e abili mercanti che solo i romani riuscirono a piegare nel 106 a.C. al loro dominio.

Di sangue arabo, furono attratti dal grande crocevia che nel vicino Oriente portava le ricchezze orientali verso il Mediterraneo. L’attuale Giordania divenne il loro rifugio con il suo deserto difficile per occhi e piedi stranieri. Diodoro Siculo racconta che i Nabatei non avevano all’inizio altra occupazione che il loro commercio: erano restii a seminare, piantare alberi, bere vino e costruire case. Insomma, la vita sedentaria non era nelle loro priorità.

La necessità di proteggersi piegò però questa loro tendenza: si scelse, vicino alla penisola del Sinai e al Mar Rosso, un luogo essenziale per innestarsi sulle vie delle spezie arabe e le strade delle grandi città siriache: Raqmu (Petra per i greci).1.jpg

Nomen omen: il luogo è un trionfo di arenaria, roccia sedimentaria il cui colore varia dal giallo ocra al bianco a causa della concentrazione variabile degli ossidi.

Le bellezze della città, scoperta nel 1812 da Johann Ludwig Burckhardt, derivano dall’influenza che l’arte greca aveva gettato su questo popolo perspicace e amante dell’indipendenza.

Moltissimi popoli li avevano assoggettati ma mai danneggiati. La lotta s’inasprì però con i Tolomei regnanti d’Egitto nel III secolo a.C. I Nabatei sostennero contro di loro Antioco III dei Seleucidi e questo li portò ad avere la pace necessaria per organizzarsi. Costruirono un acquedotto per portare a Petra l’acqua della Ayn Musa, la sorgente di Mosè, così da potersi dare all’agricoltura e vivere nella loro nuova capitale.

Sotto re Areta III il Filellenico (87-62 a.C.) i nomi del potere furono ripresi da quelli dei regni ellenistici, le tombe dei regnanti vennero erette come palazzi incastonati nella pietra.

Quella più famosa è la Tomba del Tesoro, alta 28 metri, la più frequentemente mostrata in rapporto alla città e forse realizzata proprio per il re appena citato. Quella “a palazzo”, a cinque piani, è esposta ed erosa dal tempo ma intatta nel suo splendore decadente. Quella “della seta”, liscia come il tessuto per quanto sono levigate le sue pietre, quella dell’urna fatta per Areta IV (9-40 d.C.) e divenuta poi un tribunale ha di fronte un patio di 23 metri, colonnati laterali ed una facciata svettante.

Soltanto i romani poterono insidiarsi in una roccaforte del genere. Traiano annesse Petra ai possedimenti imperiali nel 106 d.C. alla morte di re Rabbell II. Roma potè quindi vantarsi di un altro tesoro nei suoi possedimenti.

                                                                                                               Antonio Canzoniere

 

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