A chi ancora fa a gara a chi ce l’ha più grosso (il computo di libri letti)

Il tempo dei circoli letterari è ormai  – forse purtroppo – passato: adesso, grazie (o a causa?) alla tecnologia, anche la letteratura – o presunta tale – viene discussa in rete. Proprio come avviene per i fatti di attualità e politica, ormai sui social network ci si può facilmente imbattere in gruppi di discussione letteraria, a partire da quelli più generalisti fino a quelli più specializzati, in base al genere, all’epoca storica o alla provenienza geografica delle letterature.

È bene dire che spesso i partecipanti di questi gruppi sono amatori, a volte poco competenti in materia; è anche possibile incontrare, seppur con meno frequenza, lettori più competenti ed esperti, che riescono a motivare con maggiore autorevolezza i propri giudizi letterari. Assai raramente però, che vi troviate dinanzi a un lettore competente e consapevole o a un novizio, in queste circoli virtuali è possibile incontrare un lettore in possesso della preziosa qualità dell’umiltà.

Come il titolo suggerisce, questo articolo è un monito per chi nelle discussioni letterarie tenta di avvalorare le proprie opinioni – più o meno competenti – con la quantità di libri letti.

Avevo già dedicato un mio pensiero a questo tema, e in particolar modo alla velocità della lettura; la questione ovviamente è strettamente correlata: essendo le giornate per tutti lunghe soltanto ventiquattro ore, per leggere di più si hanno due soluzioni: o si dedica tanto tempo alla lettura – impegni permettendo! – oppure si legge velocemente.

La lettura non è uno sport: essa non si misura in metri, chili o secondi. E fortunatamente, oserei dire.

“Che altri si vantino delle pagine che hanno scritto; io sono orgoglioso di quelle che ho letto.”

(Jorge Luis Borges)

Questa celebre affermazione di Jorge Luis Borges mi sembra il punto di partenza obbligato: avere una cultura letteraria ampia permette di giudicare meglio un testo, di permeare la sua intertestualità, di fare confronti. Non si può però giudicare un lettore da quanti libri ha letto; o meglio: non solo. Certo, leggere tanto e in maniera differenziata ha i suoi vantaggi, questo è indubbio. Ma più che la quantità, nella lettura ciò che conta è la qualità.

Quindi il quesito è questo: meglio leggere tanto o leggere bene? Certamente sarebbe meglio fare entrambe le cose: ma appunto, il tempo da dedicare alla lettura è purtroppo, nella vita frenetica dei nostri giorni, sempre più ristretto. Allora possiamo cercare di trovare un compromesso: meglio leggere un po’ meno, ma bene, che tanto e male. E allora sorge spontaneo un nuovo quesito: che significa leggere bene?

“C’è chi passa la vita a leggere senza mai riuscire ad andare al di là della lettura, restano appiccicati alla pagina, non percepiscono che le parole sono soltanto delle pietre messe di traverso nella corrente di una fiume, sono lì solo per farci arrivare all’altra sponda, quella che conta è l’altra sponda.”

(José Saramago)

Ovvero: leggere bene non significa soltanto decodificare meccanicamente dei simboli appartenenti a un codice, segmentando dei significanti e abbinando a loro e al loro susseguirsi nel testo dei significati; leggere bene non significa soltanto apprendere informazioni e nozioni su una data realtà o un certo argomento; leggere bene vuol dire soprattutto arricchirsi di un nuovo punto di vista sulla vita, riflettere e rivedere le proprie opinioni sul mondo e sulla vita, fermarsi a leggere tra le righe e scoprire una parte di noi stessi che prima ci era ignota.

“Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L’opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in sé stesso.”

(Marcel Proust)

Ciò significa che la lettura va oltre il mero scopo conoscitivo: la lettura è sì prima di tutto uno strumento per conoscere, ma funziona correttamente solo se supportata dalla curiosità e l’umiltà necessaria affinché il lettore possa mettere in dubbio, discutere e attivare ciò che già conosce per apprendere qualcosa di nuovo: non come un secchio che viene riempito d’acqua, ma come un fuoco che si propaga di covone in covone.

“Non leggete, come fanno i bambini, per divertirvi, o, come fanno gli ambiziosi per istruirvi. No, leggete per vivere.”

(Gustave Flaubert)

L’umiltà e la voglia di mettersi in discussione e conoscere un’opinione diversa dalla propria sono essenziali per un buon lettore; per questo motivo la lettura, i lettori e i loro giudizi letterari – entro limiti tollerabili – non possono essere giudicati soltanto in base a quanto ciascuno ha letto: forse bisognerebbe giudicarli sia in base a che cosa sia letto e a come lo si è fatto. Concludo con un’ultima citazione di Umberto Galimberti, nella la quale mi sono imbattuto proprio in rete qualche giorno fa, e che mi sembra esaustivamente esemplificativa di quanto detto fino ad ora.

“I libri non servono per sapere ma per pensare, e pensare significa sottrarsi all’adesione acritica per aprirsi alla domanda, significa interrogare le cose al di là del loro significato abituale reso stabile dalla pigrizia dell’abitudine. […] La recensione è un genere letterario da abolire perché induce al riassunto, quindi alla chiusura del libro. I libri invece vanno aperti, sfogliati, dissolti nella loro presunta unità, per offrirli a quella domanda che non chiede “che cosa dice il libro?”, ma “a che cosa fa pensare questo libro?”

(Umberto Galimberti)

Danilo Iannelli

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