Le acciughe fanno il pallone nei versi di De André

“Le acciughe fanno il pallone
ché sotto c’è l’alalunga
se non butti la rete
non te ne lascia una”

“Cogli l’attimo!” sembra urlare Fabrizio De André al pescatore, come Orazio due millenni prima. È proprio nel momento in cui le acciughe si riuniscono in un fitto banco vorticoso (fanno il pallone) per sfuggire all’alalunga (thunnus alalunga) che il pescatore deve essere rapido a gettare le sue reti, prima che il vorace tonno le divori.

Il tema del carpe diem è presente ovunque nel testo del brano “Le acciughe fanno il pallone“, scritto insieme al cantautore Ivano Fossati, anch’egli genovese, quinta traccia del tredicesimo album di Faber, “Anime salve”. Album nel quale spesso fa riferimento alla vita dei pescatori e alle loro cronache che nel corso del tempo assumono i tratti delle leggende. Proprio alle acciughe fa riferimento una di queste, come riporta il giornalista Niccolò Zancan:

Al principio del mondo, le acciughe erano stelle. Fu la luna, invidiosa della loro luminescenza, a cacciarle in mare. Ecco perché tornano in superficie ogni volta, attirate dal miraggio artificiale delle lampare. Vorrebbero ricongiungersi al cielo, ma finiscono nelle reti. I pescatori di acciughe sono pescatori di stelle, in qualche modo.

Nei versi seguenti De André fa riferimento anche a un’altra leggenda, proveniente da molto più lontano: quella del “pesciolino d’oro” dello scrittore russo Aleksandr Sergeevič Puškin.

“Se prendo il pesce d’oro
ve la farò vedere
se prendo il pesce d’oro
mi sposerò all’altare”

È infatti il magico pesciolino d’oro l’unico che può esaudire il desiderio incontenibile del pescatore, e con lui dell’uomo in generale, di cogliere comunque il momento che possa cambiare la sua vita prima che sfugga definitivamente, rimanendo pur sempre un pescatore in cerca di una via per redimersi, di un “sogno che mi consola” e di “una bocca che mi innamora”.

Frustrazione del pescatore è infatti proprio la contemporanea vicinanza e lontananza della figura femminile e dell’amore a lui precluso, vista la sua vita di privazioni dovuta al lavoro sul peschereccio. Alla figura delle acciughe che restano intrappolate nelle sue reti e che verranno vendute al mercato si contrappone infatti quelle delle “villeggianti con gli occhi di vetro scuro” che “passano sotto le reti che asciugano sul muro” senza rimanervi e senza che lui riesca a coglierle, proprio come quella “fortuna, che viene dall’oriente, che tutti l’hanno vista e nessuno la prende.”

C’è un ultimo tema, minoritario ma non trascurabile, che emerge dai versi di De André: le acciughe sono protagoniste di un viaggio senza speranza e restano vittime di un destino crudele che permette loro di scegliere unicamente di che morte morire: il pescatore le cattura dall’alto, ingannandole con la luce delle lampare dalla quale sono attratte e nella quale si brillano come le stelle Engrauline della leggenda, e l’alalunga le divora dal basso. Questo il pescatore lo sa, e sono proprio i sensi di colpa a fargli portare con sé una

bottiglia legata stretta
come un’esca da trascinare
sorso di vena dolce
che liberi dal male.

Paolo Palladino

 

SITOGRAFIA:

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