Io e la Disillusione

Disillusione. Dis-illusione. Se la definissi come eliminazione dell’illusione, allora indicherei un processo: non uno stato e nemmeno un momento o una fase. Un processo teso a sgretolare la condizione iniziale di illusione sino a pervenire all’opposta condizione di dis-illusione. Concependo secondo questa impostazione il concetto di disillusione, non si può evitare di attribuire al medesimo una colorazione semantica dall’accezione positiva. Nell’istante in cui si immagina la disillusione come un processo direzionato alla condizione di dis-illusione, infatti, si sottintende – e a questo implicito pensiero, forse, tende quell’illuministico modus cogitandi acquisito e stipato nell’inconscio dell’individuo occidentale – la negatività dell’illusione, il suo non essere cosa da scegliere, ma cosa di cui liberarsi, cosa da abbandonare, ingenua infanzia oltre la quale procedere. In questo senso, allora, si comprende perché il concetto di disillusione sia così rilevante e relativo al concetto di verità: un solco ben definito del pensiero occidentale ha ampiamente contribuito a proporre, benché in contesti diversi e attraverso discorsi eterogenei, la disillusione come meta verso la quale orientare i propri sforzi: liberarsi da qualsiasi sclerosi del pensiero, spezzare qualsiasi gabbia, muoversi con slancio pressoché atletico in direzione della verità – indipendentemente dal fatto che la verità debba essere intesa o come un confortante lido al quale approdare o come un mero criterio orientativo, cioè una sorta di evanescente carburante del logos.

Ecco, allora, la voce di Eraclito: non fu forse il filosofo di Efeso a distinguere l’umanità tra svegli e dormienti? Che cos’è il sonno, se non la terra abitata dal sogno? E il sogno, se privato di ogni appiglio alla rivelazione profetica, non rimane pura illusione dinanzi al nostro sguardo?

Quindi, la voce di Kant: non fu forse il filosofo di Königsberg a coniare la famosa definizione di Illuminismo secondo la quale quest’ultimo costituisce “l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a sé stesso”? Che cos’è tale “stato di minorità”, se non una tenebra simile a quella nella quale sprofonda chi si concede al sonno? Che cos’è tale tenebra, se non il permanere all’interno dell’iniziale condizione di illusione, cioè la condizione che, invece di determinare uno stallo, dovrebbe configurarsi come una stanza dalla quale uscire?

Non manca nemmeno la voce di Schopenhauer: non fu forse il filosofo di Danzica a riprendere l’antica immagine del velo di Maya? Che cos’è il velo di Maya, se non una benda che impedisce al sé di procedere oltre il sé stesso? A che cosa costringe tale benda, se non alla mancata consapevolezza del terribile danno insito nel principium individuationis, ossia il danno dal quale sgorga il tragico dolore del mondo?

Eppure, nella disillusione si può sprofondare maggiormente. Tornando al principio: dis-illusione. È chiaro: se io non mi trovo al punto conclusivo, ossia il punto che collima con la dis-illusione, allora non mi trovo ancora nella dis-illusione stessa e pienamente tale. Dunque, il processo di cui prima non è costante dis-illusione, ma continua intuizione della dis-illusione alimentata dalla consapevolezza di essere sulla strada idonea al conseguimento della dis-illusione. Metodo, certo. La strada della dis-illusione si palesa con costanza soltanto se si segue un metodo, o quantomeno un nucleo di principi. Già pare di udire la voce di Cartesio. Tuttavia, questo misero testo non può spingersi sino alla presunzione di toccare anche l’annosa questione del metodo – ammesso, poi, che esista ancora. Pare più opportuno, allora, rivolgersi nuovamente alle parole di cui prima. Ebbene: se la dis-illusione si rivela in maniera definita soltanto quando si perviene al compimento del processo, il soggetto dovrà fare i conti con quanto gli piomberà addosso una volta acquisto quel nitido grado di dis-illusione al quale aveva destinato i propri sforzi. (Non si dimentichi, in questo contesto, il discorso precedentemente proposto intorno alla disillusione come verità e alle difficoltà che la ricerca di un definirsi della verità comporta.) Dunque che cosa accade, una volta che l’illusione è stata rimossa? Inevitabilmente, accade la sorpresa. Disilludersi con l’intento di muovere verso il vero significa, infatti, accettare il rischio – e pure il piacere – di esporsi alla luce sfolgorante della meraviglia. Quale fondamentale tassello del pensiero! Come si potrebbe filosofare, ricordando Aristotele, se la meraviglia non generasse nel soggetto quella curiosità capace di sedurre la mente?

Ora, osservando gli effetti che il palesarsi della dis-illusione comporta, è possibile ricavare dalla stessa un profilo diverso da quello tratteggiato finora, ossa il profilo del movimento: la dis-illusione, infatti, non è solamente un processo (concetto che rimanda a una precisa regolarità, a un cadenzato progredire), ma anche un movimento, cioè un moto che, in quanto tale, si contrappone all’inerte condizione che delinea la quiete. Il moto, al di là delle sue modalità, è in-quieto: coincide, dunque, con l’agitarsi, lo scuotersi, il dimenarsi. Anche il semplice camminare in direzione di una meta è moto, e pertanto inquietudine.

Il moto in questione, tuttavia, non corrisponde soltanto a quel risveglio dal sonno della ragione che l’osservatore, dinanzi all’opera di Goya,  intimorito da quei mostri rappresentati come terrificanti animali notturni, probabilmente si augura: il moto disillusionistico, infatti, può tramutarsi anche in arma. Più specificamente, in un periglioso gioco dell’inganno. In questo senso, è l’ambito politico il panorama al quale rivolgere il proprio sguardo. La politica mediata (cioè basata sul ricorso ai media) e massificata che si è composta durante il secolo scorso può essere considerata – anche nelle sue attuali evoluzioni – come un’area nella quale si agitano incessantemente mortali illusioni. Sempre più spesso, però, i gladiatori che si fronteggiano all’interno di tale arena ricorrono ad armi più sofisticate della mera illusione: cavalcando il diffidente e dilagante umore che soprattutto negli ultimi anni ha dato avvio a un processo di esautorazione rivolto al sapere istituzionale e, più generalmente, a qualsiasi struttura verticale del sapere stesso, oggi capita sovente d’imbattersi in pseudo-disillusioni costituite soltanto da illusioni. Illusioni al quadrato, ecco. Si dà in pasto alla massa una disillusione spacciata come tale, cioè uno smascheramento posticcio che infine, attraverso un’astuta manipolazione della componente emozionale sempre legata alla disillusione, ha il mero scopo di generare consenso elettorale.

Ora, però, l’autore di queste righe non può evitare di includere tra le proprie riflessioni anche il discorso più prossimo all’occasione d’origine di questo stesso testo: esordire su “La disillusione” con alcune considerazioni inerenti alla disillusione stessa, così alimentando almeno con una modesta fiamma il fuoco che nutre l’impianto intero.

Ebbene: all’interno del manifesto de “La disillusione”, il concetto di disillusione viene posto in relazione, recuperandone la definizione, al sentimento doloroso che insorge in chi scopre una realtà diversa dalle proprie aspettative. Proseguendo lungo la stessa linea, il manifesto si sofferma sulla generazione dei disillusi, tale perché privata della possibilità di illudersi e costretta a subire l’oppressione di molteplici limitazioni forzate. Ecco, allora, che appare il rovescio della medaglia: il moto menzionato in precedenza non si fa processo orientato alla verità e nemmeno arma coinvolta in un gioco d’inganni. Nel caso evidenziato dal manifesto, la disillusione si rende simile a un moto proibitivo, un gesto inibitorio tramite il quale un ciclopico tiranno schiaccia con la punta del proprio indice, al culmine della sua minacciosa prepotenza, la formichina animata da un denso nodo d’industriose speranze. Si ribalta, dunque, il paradigma descritto inizialmente: l’illusione, come generico sinonimo di possibilità da attualizzare, diviene l’obiettivo al quale tendere, mentre la disillusione si tramuta in una sconfortante apatia, un oscuro abisso capace di paralizzare chiunque vi proietti lo sguardo. Tuttavia, il manifesto procede oltre, palesando una posizione più tagliente: dalla disillusione come “mare immobile e profondo” alla disillusione come “presa di coscienza” e “agnosticismo della speranza”.

Condivido l’idea di una disillusione come movimento che, nel suo scontrarsi o incontrarsi con il vero, permette soprattutto – e non quantomeno, sia chiaro! – il profilarsi di una coscienza: proprio nella consapevolezza di quanto ci circonda, infatti, sta una delle più stabili consolazioni alle quali si possa pervenire. Non lasciarsi sopraffare ciecamente dai tanti fatti che la polivocità del reale ci pone dinanzi significa affrontarli con mente critica. Condividere idee attraverso l’esplicitazione della propria prospettiva – o, meglio ancora, doxa – permette un ottimo esercizio di dia-logo, e dunque di sana disillusione.

Mi trovo meno in accordo con l’idea di una disillusione come “agnosticismo della speranza”: perché, infatti, la disillusione dovrebbe rappresentare una condizione di incertezza o addirittura di inconoscibilità della speranza? Certo, la Speranza propria della dottrina cristiana può risultare a tanti inaccessibile, essendo una condizione esperibile esclusivamente da chi si senta toccato dalla Fede. Tuttavia, una speranza intesa come possibilità positiva  e attualizzabile mi pare in accordo con la disillusione intesa come moto sfociante in una critica forma di consapevolezza.

Tanto altro si potrebbe dire – e sicuramente è stato detto e si dirà – a proposito della disillusione. Ora, però, avverto l’obbligo di arrestare l’incedere delle mie parole. Mi auguro che questo testo possa stimolare altre considerazioni, e soprattutto un continuo alternarsi di voci, approfondimenti e contraddizioni. Mi auguro, inoltre, di poter avviare proprio con le righe finora accumulate una felice collaborazione con “La disillusione”, alla cui redazione rivolgo i miei ringraziamenti.

Francesco Formigari

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