Incontro con dei giovani eritrei in viaggio verso l’Inghilterra

Mio padre è quel che si suol dire un pendolare, cioè una persona che prende il treno tutti i giorni per arrivare al lavoro. In una torrida giornata di luglio, mentre era in treno per raggiungere Liegi, i suoi occhi hanno incrociato lo sguardo di quattro giovani migranti intenti a dirigersi in fondo al treno per nascondersi dal controllore. Qualche decina di minuti più tardi, mentre il controllore tornava dal portello nel quale si erano nascosti i giovani, mio padre lo vide tirar fuori il suo telefono; volendo evitare che il controllore avvisasse la polizia della ferrovia, mio padre pagò i biglietti dei quattro migranti a patto che il controllore chiudesse la sua chiamata.

È grazie a questo incidente che ho avuto l’occasione di incontrare Efi, Afie, Mera e Mulie che qualche giorno più tardi hanno ricontattato mio padre nella speranza di trovare un posto dove farsi una doccia. Mentre gli serviamo un buon piatto di pasta con le zucchine, pregano spiegandoci di essere ortodossi e di venire dall’Eritrea; Afie, il più grande, ha 25 anni, Mera ne ha 16, sono partiti da casa loro circa due anni fa, dopo aver passato ognuno un anno in Libia, dove le circostanze che descrivono ci danno l’impressione che hanno lasciato un inferno per trovarne un altro.

La dichiarazione firmata il 9 luglio scorso tra Isaias Afwerki e Abiby Ahmed, il nuovo ministro etiope, prevede di mettere fine allo stato di guerra che va avanti dal 1993 tra i due Paesi. Nonostante questa dichiarazione offra un barlume di speranza per l’Eritrea, dato che il conflitto serviva a giustificare il mantenimento al potere d’Isaias Afwerki, a oggi niente è cambiato nella politica interna del Paese e le centinaia di giovani esiliati sognano sempre di trovare asilo altrove.
Dopo aver lasciato l’inferno dell’Eritrea, Efi, Afie, Mera e Mulie sono passati per la Libia, dove hanno dovuto aspettare un anno prima di salire su una nave per l’Europa. In realtà, le circostanze in Libia sono ancora più disastrose: i giovani raccontano infatti di aver subito delle violenze da parte delle forze di polizia libiche e di aver visto addirittura dei conoscenti farsi uccidere davanti ai loro occhi.

Dopo la Libia sono arrivati in Europa attraverso l’Italia, dove le autorità hanno rilevato le loro impronte. Tuttavia, l’Italia offre poche possibilità di trovare un lavoro per via dell’arrivo massiccio di migranti nel Paese; Mera, pur essendo rimasta per 8 mesi ad Agrigento e parlando l’italiano ha dovuto rassegnarsi a lasciare la penisola per questo motivo.
I ragazzi hanno continuato la loro vita da esiliati sperando di raggiungere l’Inghilterra, alla ricerca di un lavoro. Ora sono in Belgio da un po’, Mulie da 3 mesi e gli altri da circa 3 settimane: passano le loro notti nelle aree di servizio dell’autostrada sperando di trovare un modo di raggiungere la Gran Bretagna. Ci spiegano che le loro settimane consistono nel vagabondare, la notte nelle autostrade e il giorno nelle città, dormendo pochissimo o non dormendo affatto e non mangiando praticamente nulla. Nel weekend vanno a Bruxelles, al parco Maximilien, soprannominato umoristicamente “Green hostel”; lì sperano di essere ripartiti nelle famiglie della città belga per riposarsi, mentre i meno fortunati restano nel parco sperando di non farsi beccare dalla polizia.


Ulie ci spiega che se potesse chiederebbe asilo in Belgio, perché le condizioni di vita e la possibilità di trovare un lavoro gli sembrano più eque; eppure, essendo registrato in Italia, è questo il solo paese dell’UE nel quale può deporre domanda d’asilo. In effetti questa è una regola prevista dal regolamento di Dublino; quest’ultimo ha un effetto perverso poiché porta inevitabilmente a una concentrazione di migranti nei Paesi più vicini al mediterraneo.
Coscienti del fatto che il regolamento di Dublino non gli permetta di richieder asilo in Belgio senza il rischio di essere espulsi verso l’Italia, anche chiedere asilo in Inghilterra è un’utopia, poiché anch’essa è sottomessa al regolamento di Dublino. Nonostante tutto ciò, dopo 2 anni di esilio e malgrado tutte le barriere che la fortezza Europa gli ha opposto, i 3 giovani non ne vogliono sapere di rinunciare alla ricerca di una vita migliore.

Louna Monaco

Traduzione di Eleonora Valente

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