Perché fallire ogni tanto fa bene

Una cosa che mi son sentita dire fin da piccola è stato che per avere una bella vita o un futuro appagante bisognasse in tutti i modi essere i migliori studenti, laurearsi in tempo, non farsi distrarre e comportarsi bene. La perfezione veniva (e viene) descritta come la caratteristica necessaria in una società che non accetta fallimenti. Con la crisi e la mancanza di lavoro quest’idea è stata ancor di più rinforzata dall’altissima competizione che, soprattutto in ambienti umanistico-economici, porta a ripetersi che senza il raggiungimento di determinati criteri sarà impossibile trovare un lavoro.

Il nostro sistema scolastico a volte tende a non cercare di sviluppare e scoprire le capacità dei singoli, che spesso si differiscono dalle materie insegnate, ma a premiare la quantità di informazioni immagazzinate. I ragazzi vengono  invitati ad omologarsi, ad iscriversi in facoltà che permettono di trovare lavoro sicuro e lasciar stare tutto ciò che non permette un guadagno immediato post-laurea.

Avere i propri tempi e fallire non è accettabile. Spesso si sentono adulti dire “Eh ma ai miei tempi i ragazzi non facevano tutte queste storie” senza capire che il malessere comune di uno studente viene amplificato dal contesto storico in cui ci troviamo. Se negli anni ’80 trovare un lavoro e sposarsi entro i 25 sembrava la normalità, oggi, soprattutto per chi studia, diventa quasi impossibile.

Ma perché il fallimento è necessario?


Il fallimento è una opportunità di crescita. La perfezione è un peso che diventa difficile da portare nel corso degli anni e che crea non pochi problemi. La rincorsa verso la perfezione è inutile e comporta  un senso continuo di inadeguatezza. Essa non permette di sviluppare quelle capacità che ci permettono di superare poi gli ostacoli che la vita, anche lavorativa, ci porrà davanti.

Dopotutto come possiamo imparare a rialzarci, senza mai cadere?

Jovana Kuzman

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