Gli occhi di cemento

Gli occhi di questa storia non sono ovviamente i miei, ma più passa il tempo e più mi rendo conto di quanto sia importante captare ciò che gli occhi dei tuoi amici hanno ormai chiaro in mente.
In particolare modo, ciò che i tuoi amici adesso conoscono, e che tu non hai nemmeno la possibilità di immaginare.
M.C. è prima di tutto un amico, che ha deciso di raccontarci in poche righe cosa può voler dire veramente, avere il cemento davanti.
La sua è stata una missione, una sfida con se stesso, unesperienza formativa che lhanno portato a stare nei Territori Occupati Palestinesi (come definisce lui stesso) per circa tre mesi.

Eccolo là, al fondo di Hebron Road, un viale che ho già percorso decine di volte. Realizzo di averlo guardato spesso, eppure non l’avevo mai visto: è decisamente fuori posto lì così, in mezzo alla carreggiata con i suoi murales, le sue macchie di vernice, l’ombra nera delle fiamme che l’hanno avvolto chissà quando. Solitamente provavo un vago senso di disagio allungando lo sguardo in quella direzione, ma è la prima volta che realizzo cosa si trova qualche decina di metri più avanti.

Mi trovo a Betlemme, nei “Territori Occupati Palestinesi” e qui, di fronte a questo muro, il termine Occupati sembra imporsi sugli altri due, sembra ingrossarsi cercando di schiacciare i Territori ed i Palestinesi. In questo punto la fiera Hebron Road, orgogliosa dei suoi negozi, dei suoi ristoranti, del suo museo e dei suoi coffee-shops incontra una torre di guardia e con una brusca inversione ad U fugge dal muro ritornando, ben più mesta ed anonima, in seno al rassicurante labirinto di viuzze che conducono al Suq.

Dall’imponente sentinella di cemento partono due sezioni del muro: uno corre verso sinistra andando a circondare il campo profughi di Aida, l’altro prosegue dritto, fronteggiato da un benzinaio e da una serie di auto-officine che si sviluppano lungo un vicolo largo appena pochi passi.

Imbocco la stradina superando il benzinaio con lo sguardo rivolto in alto: in quel nastro di cielo intrappolato fra il filo spinato ed i fili del bucato cerco sollievo dal senso di soffocamento e costrizione, sensazione accentuata dalle decine di murales e graffiti che si accalcano freneticamente lungo tutti gli 8 metri di altezza del muro invocando giustizia, libertà, salvezza.

Costeggio il muro per quasi un’ora, la strada che percorro si allarga e si restringe più volte, io sorpasso sorridenti turisti che fra un selfie ed un sorriso davanti ai murales più belli, fra un “Banksy shop” ed un negozio di stencil e bombolette “per lasciare anche tu il tuo segno sul muro” zittiscono la coscienza a colpi di hashtag ed occhiali da sole. Proseguo lungo il muro fino a raggiungere una svolta e lì, girato l’angolo, mi paralizzo: è in un punto piuttosto elevato dal quale riesco a vedere cosa c’è oltre il muro. C’è un altro muro. E poi un altro. Ed un altro ancora. Ancora uno. Esattamente come quando mi trovavo nel vicolo: tutto ciò che riesco a vedere è un orizzonte di cemento. Cinque sezioni del muro squartano il paesaggio fino ai confini della vista. Il muro qui non è dritto, non serve a segnare un confine, serve a violentare una terra ed un popolo attraversando campi, villaggi, quartieri, strade… Come le spire di un Boa che si avvolge intorno alla preda rendendole impossibile muoversi prima di stritolarla.

Mi scrollo la serpe di dosso e ricomincio a camminare, questa volta a passo più deciso e spedito fino a quando mi si apre davanti un piccolo spiazzo, dove un amaro sorriso mi libera del tutto dalle spire del rettile. Mi trovo ora in un piccolo avvallamento, circondato dal muro su tutti i lati, fatto salvo per due vicoletti che collegano lo spiazzo alla strada principale. In mezzo a questo spiazzo sorgono una casetta con un piccolo giardino adibita a Guest House ed un negozietto di souvenir.

Sorrido alla malinconica ironia di questo angolo di Palestina, dove una volta di più questo popolo è riuscito a manipolare e sfigurare l’occupazione trasformandola in un business, dove ancora una volta le catene della prigionia vengono spacciate per preziosi bracciali e collane da vendere a quelli che ho imparato a riconoscere come turisti dell’occupazione. Sì proprio loro, quelli che poco fa ammazzavano la coscienza a colpi di selfie.

Ed ora, cari turisti dell’occupazione, mi rivolgo proprio a voi: voi che correte lungo il muro fra scherzi e risate, voi che vi fate portare dal taxi fino ai murales più famosi e dopo un paio di foto ricordo risalite in macchina, voi che vedete il muro come un’attrazione turistica qualsiasi, voi che il venerdì al muro non ci andate perché le vostre guide vi mettono in guardia circa il rischio di “disordini”, voi che mi fate rabbia quasi quanto chi quel maledetto muro l’ha costruito e lo protegge, a Betlemme come a Khan Younis, in West Bank come a Gaza, sparando su civili disarmati. Ecco, voi mi fate ribrezzo.

Al vostro ritorno, per salvare la faccia di fronte agli altri ma soprattutto di fronte a voi stessi, passerete qualche giorno con la lacrimuccia che pende inesorabile dal vostro occhio e racconterete di come sia triste la situazione in Palestina e di come “eh dovrebbero proprio fare la pace ed imparare a vivere insieme”, racconterete del grande cuore di quel signore con la strana sciarpa in testa che vi ha offerto il tè e la sua storia ed a cui avete risposto con altri hashtag ed altri occhiali da sole.

Ma quella lacrimuccia la abbandonerete in fretta, sostituendola con un lussuoso scintillio quando parlerete dell’hotel con spiaggia caraibica a nord di Tel Aviv in cui avete soggiornato le ultime due notti perché sapete, da quel terrazzino sulla spiaggia si vedeva tutto l’orizzonte. Un orizzonte affascinante, infinito, così vasto che guardandolo non puoi che sentirti libero e vivo…

Bene, la prossima volta che guarderete l’orizzonte, ovunque vi troviate, provate a coprirlo col cemento e poi ditemi che effetto fa.

M.C.
Introduzione di Giulia Olivieri

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