Dialetto nelle scuole? Se po fa’!

Negli ultimi anni si susseguite diverse iniziative scolastiche e culturali per il recupero e l’insegnamento delle varietà dialettali in molte regioni della Penisola: citiamo a scopo esemplificativo, perché la più recente, quella dell’introduzione dell’insegnamento del dialetto siciliano nelle scuole della regione.

Ma è educativamente produttivo affiancare l’insegnamento di una varietà dialettale a quella della lingua nazionale? Per rispondere a questa domanda bisogna prima prendere in considerazione la situazione linguistica italiana.

Innanzitutto, servirebbe definire meglio come concetto linguistico il termine dialetto. Dialetto infatti in riferimento alla situazione italiana designa un sistema linguistico subordinato ad una varietà standard, non però sotto il profilo strutturale e comunicativo – come si credeva in passato – bensì unicamente sotto il profilo di percezione sociale e di uso nelle situazioni comunicative ufficiali. Il dialetto è dunque una lingua a tutti gli effetti: differisce dalla lingua standard per quanto riguarda il profilo diastratico – la fascia sociale alla quale appartiene il parlante – e diafasico – la situazione comunicativa nella quale i parlanti sono coinvolti – e ovviamente quello diamesico – il canale attraverso il quale avviene la comunicazione.

Per la situazione italiana, possiamo parlare di diglossia: ovvero un sistema di coesistenza di più sistemi linguistici nel quale una varietà è accettata come standard e utilizzata in situazioni ufficiali e formali, mentre i dialetti vengono correntemente utilizzati dai parlanti in contesti colloquiali e informali. Lingua standard e dialetti dunque non sono compartimenti a tenuta stagna, ma si pongono in un continuum che varia in base sugli assi diastratico e diafasico. Distinzioni più nette avvengono sull’asse diamesico – lingua standard per la scrittura e dialetto o italiano regionale per l’oralità – seppur anche in questo caso non manchino sfumature – soprattutto nel caso dello scritto-trasmesso o delle scritture esposte, o comunque in tutti quei casi di comunicazioni scritte che mirano a mimare l’oralità.

Per concludere, parlando ancora di continuum, specifichiamo la categoria di italiano regionale. Il primo studioso ad occuparsi di questa categoria è stato Giovan Battista Pellegrini, con il suo saggio Tra lingua e dialetto in Italia del 1960: egli la definisce come la varietà di lingua parlata dalla maggior parte degli italiani e che si pone come una varietà mediana tra il dialetto schietto e la lingua letteraria. Accordandosi con Pellegrini dunque, nelle manifestazioni concrete linguistiche in italiano non si verificherebbe mai un pieno raggiungimento dello standard – ad eccezioni di casi particolari, come ad esempio quelle degli speaker radiofonici o degli attori teatrali – ma una commistione di codici che porta ad un enunciati che differiscono più a meno a livello sintattico, fonetico, lessicale e morfologico dalla lingua standard.

Dialetti_e_lingue_in_Italia.png

Concludendo la parentesi di inquadramento, rimando alla bibliografia chi volesse approfondire gli argomenti qui brevemente trattati.

Già Pellegrini, nel suo saggio, ravvisava la sostanziale crisi dei dialetti in Italia. I dati ISTAT degli ultimi anni confermano la regressione dialettale in Italia: sempre meno persone usano esclusivamente il dialetto nella comunicazione quotidiana (resta però cospicuo l’uso esclusivo del dialetto negli over 75), mentre ormai sembra limitato ad un uso colloquiale e ristretto agli ambiti meno formali. Pur restando dati rilevati dall’autovalutazione dei parlanti – e quindi non del tutto oggettivi – sembra chiaro che ormai i dialetti non siano più un ostacolo alla standardizzazione linguistica italiana e che invece sono quest’ultimi ad essere in pericolo di estinzione.

I dialetti in Italia sono una realtà linguistica che non si può ignorare, una ricchezza per il linguista e un bagaglio culturale per tutti i parlanti italiani. Spesso in passato visti come un ostacolo per l’alfabetizzazione e la diffusione dello standard – soprattutto nel ventennio fascista – oggi essi hanno bisogno di essere rilanciati: non solo per preservare una diversità linguistica tra le più ricche e complesse al mondo, ma anche perché al dialetto sono legate parole, oggetti, abitudini e costumi tipici di quell’Italia agricola e preindustriale che oggi sta lentamente perdendo colore.

Per quanto riguarda l’insegnamento nelle scuole, esso non potrebbe che sortire effetti benefici: esso arricchirebbe non solo linguisticamente, ma anche culturalmente i ragazzi, mantendendo viva quella nelle nuove generazioni quella cultura italiana preindustriale e preglobalizzazione che oggi sembra essere rintracciabile quasi unicamente nei parlanti più anziani. Conoscere il proprio dialetto aiuterebbe non solo a conoscere meglio le proprie radici, ma anche e soprattutto a comprendere meglio la struttura della nostra lingua letteraria – si ricordi che il primo dialettologo ante litteram è stato Dante Alighieri, padre della nostra lingua, che nella sua ricerca del volgare illustre con il quale ci consegnerà il suo capolavoro, la Commedia, stila un elenco delle varietà parlate nella Penisola e le confronta per trovare quello che più si addica ad essere utilizzato letterariamente.

In un mondo sempre più multiculturale e multietnico, l’insegnamento dei dialetti nelle scuole può essere dunque un vantaggio, non solo per l’apprendente e le sue capacità linguistiche, ma anche per la cultura italiana nella sua difesa e tutela della diversità culturale. Si ricordi che con la l’art.2 della legge 482/1999 in Italia vengono riconosciute dodici minoranze linguistiche “storiche” da tutelare; altre erano state già precedentemente riconosciute precedentemente a livello statale – come ad esempio la lingua slovena in Friuli Venezia Giulia – o regionale – il friulano sempre in Friuli Venezia Giulia o il sardo in Sardegna. Il modello italiano sotto il profilo della tutela delle lingue è assolutamente valido, ma auspichiamo che possa essere presto aggiornato in una sua versione di tutela del patrimonio dialettale non solo presso le istituzione regionali – come accade adesso – ma anche a livello statale, con una legge che ne decreti la tutela e l’insegnamento scolastico come se fossero – e sappiamo che lo sono – vere e proprie lingue.

 

Danilo Iannelli


Sitografia:

http://www.palermotoday.it/politica/dialetto-siciliano-materia-studio-scuola.html

https://www.istat.it/it/archivio/207961

http://www.camera.it/parlam/leggi/99482l.htm

Bibliografia:

Lingue e dialetti d’Italia, Francesco Avolio, Carocci, 2009

Dialetto, dialetti e italiano, Carla Marcato, Il Mulino, 2002

Geografia e storia dell’italiano regionale, Il Mulino, 2004

L’italiano contemporaneo, Paolo D’Achille, Il Mulino, 2010

 

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