La febbre della verità

“Fear not, fear not, thou Wedding-Guest! / This body dropt not down.”

Queste le parole che il vecchio marinaio rivolge all’invitato al matrimonio, invitato che si trova in qualche modo costretto ad ascoltare la sua storia. Quella del marinaio – uomo vecchio, provato dalla vita, dalla lunga barba grigia e questi glittering eye che lo contraddistinguono – è una storia che ha dell’inverosimile. Il marinaio ferma dal nulla il Wedding-Guest perché sa, nel momento in cui vede il suo volto, che sarà lui destinato ad ascoltare cosa ha da dire. Come ogni storia che vede il mare come protagonista nasconde segreti e misteri che possono e devono essere ricollegati alla situazione politica ed economica dei confini cui appartiene – anche se il mare di per sé non può avere padroni. Pensiamo alla Gran Bretagna e pensiamo a quella tratta di schiavi fatta in nome di una identità e credenza culturale che porta alla rivendicazione di un popolo su un altro. A pensarci bene è un tema che – più passa il tempo e più è attuale – partendo dall’Inghilterra e passando per una Germania nazista o una Europa contemporanea che silenziosamente impone idee di superiorità tramite pubblicità e piccoli slogan che fanno parte della quotidianità.

Tornando al nostro marinaio: sebbene sia uno solo, credo sia giusto e opportuno poterlo mettere a paragone e contrasto con la società da cui è stato creato, facciamo riferimento ad una società che – come precedentemente menzionato – impone la propria superiorità su popoli che vengono considerati privi di identità propria e da annientare. Ciò che fa male è il tipo di annientamento che viene scelto: il popolo inferiore viene annientato tramite lo sfruttamento, tramite la convinzione che non meriti di essere trattato se non al pari di un animale. La cultura inglese del tempo è una cultura che, a mio avviso, ha paura di analizzare le differenze con una mentalità aperta, ha paura di essere “infettata” culturalmente anche se si arriverà poi ad una infezione peggiore che non ha cura se non passare per la sofferenza.

Mi riferisco alla yellow fever di cui si parla accuratamente anche nel saggio “Yellow fever and the slave trade” di Debbie Lee. La febbre gialla, malattia virale che si manifesta tramite febbre, contrazioni muscolari, vomito e mal di testa, è una malattia che gli inglesi dovettero patire proprio a causa di questa politica di slave trade che avevano intrapreso. Appare quasi ironico che sebbene si tratti di una malattia virale che viene in qualche modo ereditata da questi schiavi negri, non colpisce loro, i negroes, – sicuramente con un organismo abituato anche a malattie più forti – bensì i loro padroni.

Tralasciando per un momento le spiegazioni scientifiche, senza dubbio più credibili e logiche, mi piace pensare che ciò che l’uomo occidentale ha dovuto patire fosse un modo per ripagare l’universo del male che aveva imposto ad altre culture, screditandole e ponendole anche in ridicolo agli occhi del mondo, agli occhi di tutte quelle persone ignoranti che non si rendevano conto della grandezza di cui facevano parte e di certo non la ricollegavano ad un qualcosa di positivo, anzi! Come se la ricchezza culturale potesse arrecare danno. E d’altronde è questo il problema dell’uomo, da sempre, si ha paura di ciò che non si conosce e lo si scredita per risultare migliori.


Tuttavia, il nostro marinaio incarna sia la ricchezza dell’uomo occidentale che sfrutta un popolo e che si trova – volente o nolente – nello slave trade, sia l’uomo negro (probabilmente anche ormai immune alla yellow fever) e lo sappiamo grazie alla descrizione che ci viene fornita: il Wedding-Guest, senza dubbio intimorito – e secondo me anche schifato – dal marinaio, evita ogni tipo di contatto fisico ogni volta che il marinaio prova ad avvicinarglisi

“I fear thee and thy glittering eye, And thy skinny hand, so brown.”

Da un punto di vista più profondo, mi piace invece pensare al marinaio come un personaggio che oltre a rappresentare un aspetto negativo di un’epoca, porta in sé anche una chiave che servirà ad aprire una porta sul futuro, su un punto di svolta per l’umanità, umanità che totalmente mancava. Ho sempre creduto che il grande albatro che gli pesa sul collo fosse la personificazione dell’epoca e del senso di colpa che essa portava con sé, a causa di tutte le vite portate al limite. E come ogni colpa va espiata per potersi purificare. La purificazione avviene – dopo tanti tentativi di preghiera in cui il marinaio prova a rivolgersi a qualcosa-qualcuno di superiore ma senza avere abbastanza forza per esternare il suo sentimento, senza riuscire a guardare in faccia il demone e ritrovandosi con il cuore as dry as dust – quando si rende conto della bellezza delle living things riuscendo a benedirle. Benedicendo la vita riesce a pregare, espia quindi le sue colpe e finalmente questo enorme albatro se ne va, cade e lo lascia libero e leggero.

Un altro elemento pilastro di questa storia è, naturalmente, la madrepatria associata alla gioia. La terra conosciuta regala una sicurezza nel cuore di chi la conosce e la sente sua, la sensazione che tutti sentiamo quando dopo un lungo viaggio ci incamminiamo verso casa e ne iniziamo a vedere i contorni.

“Oh! dream of joy! is this indeed The light-house top I see? Is this the hill? is this the kirk? Is this mine own countree?”

Il più grande insegnamento che ci lascia il marinaio di Coleridge è la forza: guardare in faccia la realtà può solamente aiutarci a crescere. Mi piace pensare a questa storia come la storia di ogni essere umano, ci evolviamo tutti passando per periodi più bui, tutti hanno vissuto un momento in cui si sono sentiti pesanti – nello stesso modo in cui il nostro marinaio si è sentito quando ci dice “I shot the Albatross”. Ho letto questa storia per la prima volta pochi anni dopo la morte di mio padre e mi sentivo colpevole, sporca e sola. Poi ho iniziato ad amare la vita, proprio come il marinaio che ci presenta la sua storia personale e nel momento in cui ho iniziato ad amare la vita ho capito cosa mi volesse insegnare, perché ogni storia ha due facce della medaglia: c’è la storia in sé, vista da un punto di vista storico e culturale e c’è la storia che ci fa diventare storia, essere e rinascere come il Wedding-Guest “a sadder and a wiser man, he rose the morrow morn.”

Martina Grujić B.

Post simili

Per ridere aggiungere acqua (un imprevisto e un pi... È possibile insegnare a ridere a un computer? È questa la domanda da cui prende le mosse Per ridere aggiungere acqua di Marco Malvaldi, una delle voci...

Rispondi