La gemma di Damasco: la Gran Moschea degli Omayyadi

La Siria è stata ingiuriata e infangata fin dal 2011 da yankees, liberali, israeliani. Questa nazione, che dovrebbe essere chiamata per la sua energia ed il suo coraggio “la terra dei leoni”, sta tuttora lottando nel sud del paese per riprendere e rinsaldare un delicato equilibrio nazionale in un grande sforzo collettivo che trascende qualsiasi governante o concezione di Stato.

Il nucleo dell’anima siriana è il sincretismo che deriva da una grande Storia territoriale dove il Cristo s’unisce a Maometto e dove la presenza bizantina, quella romana e la greca hanno lasciato tracce indelebili sul territorio.

In onore a quel gioiello d’Oriente è sembrato doveroso di parlare della Grande Moschea di Damasco, ricordo dell’età d’oro della città. Il luogo della fondazione ha una storia lunga cesellata da tante devozioni che l’hanno reso il cuore battente della fede siriaca. Gli antichi abitanti, gli Amarei, avevano costruito in zona un tempio per il loro dio del fulmine Hadad, trasformato poi in età ellenistica nel tempio di Zeus e per finire nel tempio romano di Giove Damasceno.

Nel 379 d.C. Teodosio rende l’edificio una basilica intitolata al Battista, la cui testa sarebbe custodita nel reliquiario all’interno dell’attuale moschea. La città venne strappata ai bizantini nel 635 dagli arabi e resa capitale del califfato retto dalla dinastia degli Omayyadi, mercanti diventati signori della guerra della stessa tribù di Maometto: quella dei Quraysh.

Il califfo Mu’awiya aveva ricevuto il titolo a Gerusalemme nel 660 ma rese Damasco la sua capitale. E sapendo che per ogni grande luogo di potere ci vuole un grande luogo dello spirito, il suo discendente Khalid ibn Al-Walid I fece sorgere la nuova Grande Moschea del regno dalle rovine della basilica cristiana tra il 705 ed il 715.l-interno-della-moschea-degli-omayyadi-damasco-settembre-2008orig_main

157×100 metri di perimetro, con un grande cortile a Nord con due edicole agli estremi, un porticato ininterrotto su tutti i lati e per ogni arco aperture superiori a bifore in corrispondenza. A Sud si ha il corpo principale: la liwan o sala della preghiera con un transetto centrale e tre navate rispettive nelle parti laterali. La scansione avviene per due filari interni di colonne a due livelli con capitelli corinzi nella parte inferiore e capitello dorico con fusto tozzo sopra e nel mezzo archi a tutto sesto. Nella parte centrale del transetto si hanno poi quattro pilastri a reggere il tamburo ottagonale della cupola dell’Aquila.

Le finestre del lato sud della liwan sono decorate splendidamente con motivi della migliore arte araba. Distrutta da Tamerlano nel 1401, ricostruita poco dopo e poi vittima di un incendio nel 1893, la moschea presenta pochi resti dei suoi originali e magnifici mosaici creati da maestranze bizantine. I pezzi superstiti si trovano perlopiù sull’ingresso della liwan e nell’edicola del Tesoro ottagonale: hanno sfondo dorato, mancanza di profondità nei palazzi e nei motivi arborei dove il verde ed il blu la fanno da padrone. Il tutto per rendere la meraviglia e la gloria del Paradiso musulmano.

Patrimonio della Siria e cuore spirituale di Damasco, la moschea ci riporta ai tempi del viaggiatore Ibn Battuta e alle sue parole alate scritte nel XIV: Damasco <<è il paradiso d’Oriente (…). Agghindata di fiori di piante odorose (…) e avvolta in drappi di broccato (…). I giardini la circondano come l’alone che cinge la luna, sembrano petali tutto intorno a un fiore. (…) (La moschea, nda) è la più graziosa al mondo, la più magnifica dal punto di vista architettonico, la più squisita per grazia.>>

 

Antonio Canzoniere

 

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