Le belve degli Aurunci #2

Quando mi risvegliai avevo freddo, ero qualche metro più in là, coperto di sangue e lasciato a faccia in giù. Mi voltai, Elide in piedi singhiozzante, tenuta per il collo, era stata messa in fila per il suo turno… Francesca era sempre a terra, non aveva più forza per gridare, aveva finito persino le lacrime. Ai primi sei se ne erano sostituiti altri cinque e poi altri sei ancora.

Silvia, la prima che avevano preso, aveva ormai lo sguardo perso, sembrava quasi non fosse lì, si lasciava spostare a piacimento da quei balordi, aspettava soltanto che tutto finisse. Mario invece, sempre mani legate dietro la schiena, era obbligato a guardare tutto, gli tenevano gli occhi aperti con la forza… Cominciai a chiamare la nonna, “Nonna! Nonna!” gridavo, ma nulla. Poi la vidi a terra imbavagliata, ricoperta di lividi, le tempie insanguinate e la sottana stracciata. Erano in tre, ed altri sei aspettavano in piedi.

Udii un grido energico e deciso “Fermi! In nome di Dio fermatevi!”. Era Don Alberto, il parroco, che tentava con ogni mezzo di arginare la furia di quei soldati, uno di loro lo colpì alle spalle col calcio del fucile. Il prete finì al suolo, gli si avventarono contro in sei, calci e pugni a più non posso, una furia cieca. Gli legarono le mani dietro la schiena come Mario, gli strapparono la tonaca ed iniziarono a seviziarlo come avevano fatto con me. Terminato il giro, lo misero supino e con uno dei coltelli loro in dotazione, da toro lo resero bue, lasciandolo poi legato all’albero della piazzetta.

Era ormai il tramonto, accesero dei fuochi con la legna che avevano predato nelle case. Le urla, i pianti, le grida inondavano il paese intero, una notte infernale, ma la loro furia sembrava non volersi arrestare. Il mattino seguente cominciarono a razziare casa per casa quei pochi averi rimasti ai compaesani dopo l’occupazione tedesca, trovando nelle cantine e negli ovili donne, ragazze e bambine che si erano nascoste nella speranza di scampare all’orrore del giorno prima.

Silvia era rimasta inerme, lì dove l’avevano lasciata la notte prima, impossibilitata a muoversi, così come le mie sorelle Francesca ed Elide, la nonna, esausta a sua volta, le vegliava e pregava, sgranando il vecchio rosario in legno che portava solitamente al collo. Radunato il nuovo bottino nella piazzetta, non paghi del banchetto del giorno precedente, ricominciarono lo scempio. Riservarono lo stesso trattamento usato per Don Alberto a quattro signori anziani del circondario, tra le urla terrorizzate di chi aveva ancora fiato per farle uscire. Poi passarono alle bambine appena trovate, quindi le ragazze. A quel punto la madre di due di loro si oppose, uno dei soldati la scaraventò a terra con un pugno in volto, la tirò su per il collo della veste e le conficcò il pugnale sulla testa, facendolo uscire sotto il mento. Finito poi con le ragazze, presero le donne, anche quelle gravide, come Pina, la mamma di Mario e Silvia, che era in attesa del loro nuovo fratellino. Andarono avanti con quell’oscenità fino a notte, poi caddero in preda ai fumi del vino.

La mattina successiva verso mezzodì si caricarono tutto quello che avevano razziato in spalla ed abbandonarono il paese, sparpagliandosi per le campagne alla volta del borgo montanaro successivo. Don Alberto, Silvia e la nonna resistettero altri due giorni, poi si spensero per la gravità delle ferite subite. La signora Pina tre giorni dopo ebbe un malore, dissero, e del nuovo fratellino di Mario non si seppe più nulla… I compaesani sopravvissuti a quell’inferno si curavano alla bella e meglio, gli ospedali della zona erano ridotti a cumuli di macerie ed i rifornimenti di medicinali scarseggiavano. Sul calar di agosto molte donne presentavano il ventre in rilievo, appena accennato, iniziò quindi un andirivieni inarrestabile verso l’abitazione dell’ostetrica.

Una mattina sentii Francesca dirsi allo specchio: “Lo faccio anch’io… Il figlio del diavolo non lo voglio!”. E così il giorno seguente era anche lei in fila dinnanzi a quel mesto portoncino. Elide invece, si era ammalata poco dopo la dipartita di quelle belve, il dottore tentò di curarla con i pochi mezzi a disposizione in quel periodo. Gli sforzi furono però vani, si addormentò per l’ultima volta in un freddo pomeriggio del dicembre successivo. Sul referto poi lessi: “Causa della morte: malattia venerea”. Non fu l’unica, se ne contarono centinaia.

Quando poi nella primavera seguente la guerra finì nel resto d’Italia, attendevamo con ansia che la mamma facesse ritorno dal fronte. I tedeschi infatti l’avevano catturata perché infermiera e portata con loro a nord, dopo la ritirata di Cassino, dove li aveva dovuti assistere lungo la Linea Gotica. Verso la metà di luglio finalmente la mamma tornò al paese. Raccontò cosa le fosse capitato, Francesca fece altrettanto con la nostra tragedia.

Il mattino successivo si recarono fuori paese sul colle immediatamente sovrastante, costeggiando un lungo muro bianco, arrivarono ad un grande cancello in ferro su cui campeggiava la scritta “Camposanto di Esperia”. Entrarono, si diressero a sinistra, poi giù in fondo, fino a fermarsi dinnanzi a quattro croci bianche disposte a terra, una accanto all’altra. La prima era ormai quasi grigia, rovinata dal tempo, era quella di mio padre, scomparso durante la Campagna d’Etiopia. Appresso c’erano quelle di Elide e della nonna. La mamma e Francesca vi deposero dei fiori colti di fresco, pregarono e osservarono un momento di silenzio. Passarono infine all’ultima croce, Francesca la accarezzò teneramente, la mamma invece scoppiò in lacrime. Lessi l’incisione:

Italo Rea

n. 24 giugno 1936

18 maggio 1944

Italo ero io.


Luca Fiorentino

Se ti sei perso la prima parte de “Le belve degli Aurunci” clicca qui.

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