Le belve degli Aurunci #1

Era una soleggiata giornata di fine maggio ed erano tutti euforici per la notizia della ritirata tedesca dopo lo sfondamento della Gustav. Mi precipitai a casa dei miei dirimpettai assieme alle mie sorelle Elide e Francesca, lì ci aspettavano Mario e Silvia per andare a giocare. C’era la guerra ed eravamo poveri, il pallone sembrava un miraggio… Ci saremmo arrangiati giocando a campana fino a mezzogiorno, perché i nonni ci aspettavano a casa per pranzo. Un bel brodo di gallina per festeggiare la fine della guerra, che pensavamo fosse ormai alle porte.

Mentre eravamo intenti a giocare, vedemmo tutt’un tratto, una colonna di soldati discendere i monti Aurunci verso il paese. La gente era entusiasta, “Arrivano gli Americani!” dicevano tutti, “La guerra è finita!”. Noi continuavamo con la campana senza prestarci troppa attenzione, tanto sarebbero arrivati di lì a poco carichi di cioccolata per noi bimbi, si pensava… Tuttavia quando entrarono in paese ci accorgemmo che non erano affatto Americani, avevano la pelle scura, quasi cotta dal sole, i denti ingialliti dal tabacco, indumenti mai visti prima, grossi orecchini tondi al naso, portavano degli strani copricapo e lunghi coltelli alla cintola.

Arrivarono di corsa come delle furie, urlando frasi in una lingua a noi incomprensibile, afferrarono di colpo Mario e Silvia, buttandoli a terra. Mia sorella Francesca, la più grande, prese per mano me ed Elide e scappammo a casa. Mio nonno ci fece entrare e sbarrò la porta, era teso come una corda di violino ed imbracciava il moschetto con cui aveva servito nella Grande Guerra. I soldati si avventarono sul portoncino di casa nostra, allora la nonna atterrita ci fece nascondere in soffitta: “Fate silenzio!”. Ad un certo punto si sentì un colpo sordo, la porta era venuta giù… Sentimmo un colpo di fucile e poi le urla della nonna: “Alvaro! Alvaro no! Maledetti!”. A quel punto presero la nonna credo, datoché cominciò a sentirsi un trambusto terrificante e lo stridio delle unghie sulle porte, mentre lei gridava.

Elide e Francesca erano impietrite e tentavano di fare il minor rumore possibile, io non riuscivo a smettere di tremare, quando ad un tratto iniziò ad uscirmi la pipì. Si infiltrò tra le assi di legno del solaio, colando giù a più non posso ed i soldati capirono che c’era qualcuno. La nonna aveva provato a nascondere la scala di legno a pioli, ma invano, in pochi minuti la trovarono, salirono in tre, ci presero di peso trascinandoci giù e quindi fuori di casa. Noi eravamo atterriti, la nonna continuava a strillare e mentre ci portavano all’esterno, vidi il nonno a terra con un’enorme macchia rossa sul doppiopetto.

Una volta fuori ci trascinarono fino alla piazzetta dove avevamo giocato a campana quella mattina. Mario aveva le mani legate dietro la schiena, lividi e graffi ovunque. Silvia era a terra con le vesti strappate, piena anche lei di lividi e graffi, gli occhi vitrei e lo sguardo esausto. Due soldati la tenevano per le braccia ed un altro si stava tirando su i pantaloni. Elide chiese: “Nonna che ha fatto Silvia? Perché le cola tutto quel sangue dalle gambe?”, “È caduta amore! È caduta!”.

Sentii dietro di me Francesca tirare un urlo raggelante, il soldato che la trascinava l’aveva scaraventata a terra e le stava strappando i vestiti di dosso. Lei scalciava, urlava, si dimenava e lo graffiava con tutte le sue forze, ma arrivarono altri cinque soldati, uno la colpì sulla testa con un calcio, due le afferrarono le braccia e gli altri due le gambe. Poi il soldato che mi spintonava mi afferrò per il collo della camicia, io iniziai a piangere e gridare, mi scaraventò a terra, faccia in giù, tentai di liberarmi ma non ce la facevo, era troppo forte. La nonna ed Elide urlavano: “Lui no! Lui no! È solo un bambino!”.

Mi abbassò i pantaloni e prendendomi per i fianchi, iniziò a spingermi avanti e tirarmi indietro come il pettine di un telaio, ansimando e ghignando compiaciuto. Un dolore lancinante. Continuavo ad urlare e piangere, piangere ed urlare, urlare e piangere, piangere ed urlare, ma a lui non importava nulla, non si fermava! Dopo un po’, forse ormai stanco di sentirmi piangere, mi tirò un colpo secco dietro la nuca con una pietra. Stoc! Il buio…

Luca Fiorentino

Per leggere la seconda parte de “Le belve degli Aurunci” clicca qui.

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