Anime karamazoviane

Paragonati da Borgese a un “ libro sacro.” e presentati dallo stesso Dostoevskij come un romanzo il cui problema principale è “l’esistenza di Dio”, i Karamazov ci conducono probabilmente all’estrema vetta della minuziosa analisi dell’anima umana che il romanziere russo compie con estremo successo nelle sue opere.

Leggere I fratelli Karamazov è una sfida appagante anche per il lettore più esperto. La sua mole spaventa ma – come finora mi è sempre accaduto con Dostoevskij – una volta introdotti nel vivo della narrazione ed essere entrati in sintonia con i suoi inimitabili e affascinanti personaggi, le pagine iniziano a scorrere rapide e in men che non si dica ci si ritrova alla fine di quello che è ritenuto il capolavoro della produzione letteraria di Dostoevskij.

Il fulcro della vicenda ruota all’assassinio di Fëdor Pavlovič e all’accusa di parricidio indirizzata a suo figlio Dmitrij, ma sull’evento principale si innestano numerose sotto-trame: come non citare il celeberrimo racconto intradiegetico de “Il grande inquisitore”? O la commovente e tragica storia di Iljuša? O ancora la descrizione della morte dello stàrets Zosima? Dostoevskij costruisce il suo romanzo della maturità come un mosaico, incastonando tra loro le anime di questi indimenticabili personaggi sullo sfondo storico e sociale della Russia di fine Ottocento.

Il dissoluto Fëdor Pavlovič, l’eroe romantico Dmitrij, l’ateo e razionale Ivan, il purissimo Alëša, lo storpio e subdolo Smerdjakòv, la misteriosa e istintiva Grušenka: tutti personaggi espressivi, portatori di valori contraddittori e approfonditi psicologicamente e ideologicamente fino al parossismo da Dostoevskij. Più che la storia in senso stretto, ne I fratelli Karamazov contano i personaggi, i loro rapporti e il loro continuo scontro ideologico e morale: ciò che li tiene legati – oltre al rapporto più o meno diretto con Fëdor Pavlovič e il suo omicidio – è appunto questo loro essere anime karamazoviane, titanicamente al di fuori di ogni possibilità di essere schematizzati.


Tutti i personaggi – forse ad eccezione di Fëdor Pavlovič da un lato e Alëša dall’altro – sono di difficile catalogazione in quella manichea divisione di bene e male troppo spesso proposta dalla morale tradizionale; Dostoevskij ci descrive un’umanità multiforme, imprevedibile:

“[…]perché siamo nature vaste, karamazoviane – e proprio a questo volevo arrivare – capaci di tutte le possibili contraddizioni e di contemplare in un colpo i due abissi, l’abisso sopra di noi, degli ideali più alti, e l’abisso sotto di noi, della caduta più vile e fetida.”

Questa risulta essere la grandezza del romanzo dostoevskiano: il presentare su uno sfondo storico-sociale – quello dell’Impero Russo del XIX che si avvia al suo rinnovamento culturale e sociale – una serie di personaggi indimenticabili, titanici, che spiccano su questo scenario, prevalendo persino su avvenimenti narrativi tra i più discussi dalla critica letteraria, come il parricidio e quel morboso triangolo amoroso tra Dmitrij, Fëdor Pavlovič e Grušenka.

 

Danilo Iannelli

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