In Moonlight black boys look blue

Due edizioni fa l’undicesima edizione della “Festa del Cinema di Roma” si apriva con “Moonlight”, di Barry Jenkins, al suo secondo lungometraggio. 4 mesi dopo agli Academy Awards vinceva il premio per Miglior film, Miglior attore non protagonista, Miglior sceneggiatura non originale e Miglior gaffe della storia degli Oscar ex aequo con “La La Land”.

Ma “Moonlight” ha molto altro da dirci. Il film, tratto dalla pièce “In moonlight black boys look blue”, battuta che tornerà in una delle sequenze più ispirate, ci racconta tre momenti fondamentali della vita di Chiron. Un ragazzo gay, nero, con una situazione familiare complicata, che vive nei sobborghi di Miami. Ciò che sicuramente ama di più Donald Trump, che ultimamente, si sa, usa battibeccare con il luccicante mondo di Hollywood.

E per questo serviva un film del genere al cinema americano. Lontano dalle classiche esagerazioni simil – progressiste, dalla pomposità stilistica, dalla recitazione sopra le righe. “Moonlight” è, come il titolo suggerisce, un’opera riflessiva, molto elegante e lirica. Le scene di violenza sono sorde, quasi a volersi scrollare di dosso l’esasperazione tipica che ci si aspetterebbe in un contesto del genere.

Moonlight
This image released by A24 Films shows Alex Hibbert, left, and Mahershala Ali in a scene from the film, “Moonlight.” The film is a poetic coming-of-age tale told across three chapters about a young gay black kid growing up in a poor, drug-ridden neighborhood of Miami. (David Bornfriend/A24 via AP)

In tal senso il lavoro di tutto lo staff tecnico è notevole. Dalla regia ispiratissima di Jenkins, che ha il grande merito di far immergere lo spettatore nell’incastro narrativo sin dalla prima inquadratura, a una fotografia pazzesca, che rende benissimo la sensazione di misticismo che pervade tutto il film. Le atmosfere sono sempre rivestite da una patina bluastra, con qualche momento dominato da colori caldissimi.


Un ulteriore plauso va fatto al lavoro sul suono. In particolar modo per quanto riguarda la colonna sonora. Il compositore Nicholas Britell si rifà alla tradizione dei Nocturnes, all’opera “Le Mer” di Debussy, sottolineando il ruolo fondamentale che assume il mare all’interno della narrazione, e, ovviamente, alla celebre Moonlight sonata di Beethoven. Così, attualizzando il tutto, ci regala una soundtrack memorabile, non coronata da un Oscar vista la presenza di “La La Land” in concorso, che ormai ha un conto aperto quasi da western con il film di Jenkins.

“Moonlight” è perciò in equilibrio tra il sogno malinconico romantico, a metà tra Leopardi e Friedrich, e il terreno duro e vivo del contrasto sociale. La vera forza del film è qui, nella sua capacità di unire perfettamente queste sue due caratteristiche e tirare fuori qualcosa che si insinua minuto dopo minuto nell’animo del pubblico.

Ma oltre al lato puramente estetico, che è fenomenale, va segnalato un lavoro incredibile in fase di scrittura dei personaggi. Chiron è il protagonista che non ti aspetti. Una figura complessa, sviscerata alla perfezione nelle tre fasi in cui si articola la vicenda. Supportato da personaggi secondari altrettanto validi.

Chiron blu

Noi cresciamo, soffriamo, partecipiamo alla sua vita insieme a lui. E il film si addentra in quella parte di noi che teniamo nascosta perché socialmente inaccettabile, dove si annida la paura, l’insicurezza, il disagio esistenziale incontrollato. Almeno una volta sarà capitato anche a noi di sentirci “diventare tutti lacrime” e volerci confondere con le onde del mare. Per questo il film colpisce e, quando nell’ultima inquadratura ci fa vedere di nuovo Chiron bambino, blu al chiaro di luna, ci si pianta in testa senza chiedere il permesso e non se ne va più.

Claudio Antonio De Angelis

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