Dall’apartheid alla nazione arcobaleno, cosa ne è oggi del Sudafrica?

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“Il Sud Africa appartiene a tutti coloro che ci vivono, che siano bianchi o neri, e nessun governo può giustificare la sua autorità senza tenere in conto la volontà del popolo”. Tale disposizione è stabilita dalla Carta della libertà, firmata a Kliptown nel 1955 dall’African National Congress (ANC) e dal South African Communist Party (SACP). Questa carta, adottata in risposta alla politica dell’apartheid imposta a partire dal 1948, è simbolica ed il suo contenuto, all’epoca, è totalmente illusorio: la sua adozione, d’altronde, porta all’arresto di numerosi oppositori al regime dell’apartheid.

La politica dell’apartheid, di segregazione razziale, è imposta da parte di diversi governi occidentali durante la seconda metà del XX secolo e consiste nel classificare la popolazione seguendo dei criteri razziali (i bianchi, i meticci, gli indiani e gli indigeni) ed etnici.

Come indica il suo stesso nome – dato che “apartheid” significa “separazione” in Afrikaans –  a quell’epoca le popolazioni erano divise in zone di residenza. Ad ogni zona, chiamata “bantustan”, è associato un gruppo di persone stabilito secondo dei criteri etnici: nel 1961, i “bantustan” vengono trasformati in territori indipendenti, il che ha come effetto di privare le popolazioni nere della loro cittadinanza sudafricana.

Allo stesso modo, la segregazione è imposta nei luoghi e nei servizi pubblici come i trasporti, le scuole, i cinema ed i ristoranti: inoltre, vengono adottate delle leggi immorali che proibiscono i matrimoni e le relazioni interetniche.


A livello politico, con lo scopo di reprimere ogni resistenza all’apartheid, i neri sono privati di qualsiasi diritto ed attività politica.

La segregazione, quindi, venne imposta su tutti i livelli, sia sociale che politico, per oltre quattro decenni.

A partire dal 1952 l’apartheid è condannata dall’ONU: tuttavia è solo dopo il massacro avvenuto nella township di Soweto nel 1976 che la comunità internazionale decide di boicottare il Sudafrica economicamente, politicamente e culturalmente.

La crisi economica che colpisce il paese dal 1978 provoca numerose rivolte presso le popolazioni nere, le cui condizioni di vita, nel frattempo, peggiorano. Per calmare le acque vengono accordate alcune concessioni: sempre più leggi segregazioniste vengono revocate, comprese la legge di classificazione della popolazione e quella sulle zone riservate, abolite nel 1991. Infine, nel 1993 i bantustan sono reintegrati nel Sudafrica, di modo che nel 1994 i loro abitanti riacquisiscono la cittadinanza. Le prime elezioni a suffragio universale si svolgono nell’aprile del 1994: l’ANC vince con il 62,65% dei voti e Nelson Mandela è proclamato presidente della repubblica.

Confrontata ai pesanti danni lasciati dall’apartheid e invocando la riconciliazione, viene messa a punto la politica della “nazione arcobaleno”, che si prefigge di creare un’uguaglianza politica di tutti i sudafricani, di riassegnare le terre, di eliminare la malnutrizione, di migliorare il sistema scolastico e di fornire degli impieghi, degli alloggi e delle cure mediche ai gruppi economicamente più deboli.

In quest’ottica viene adottata, nel 1996, una nuova costituzione che proibisce qualsiasi forma di segregazione e di discriminazione: inoltre, questa riafferma tutti i diritti umani, tanto quelli civili e politici come quelli sociali, economici e culturali.

Consapevoli dell’esistenza del progetto della nazione arcobaleno, ci si chiede perché, oggi, passeggiando in Sudafrica, si può constatare che la maggior parte delle periferie sono composte da township che si estendono nel raggio di chilometri e, al contrario, ci sono case con piscine protette da mura alte più di 2 metri con tanto di filo spinato; oppure perché l’ex presidente J. Zuma, proveniente dall’ANC, è stato costretto a dimettersi lo scorso febbraio reo di scandali politici e finanziari.

In sostanza, oggi ci si chiede se certi obiettivi della nazione arcobaleno siano stati raggiunti.

Per quanto riguarda la creazione di posti di lavoro, il “Black Economic Empowerment”, politica di discriminazione positiva, ha condotto allo sviluppo di una borghesia nera: ciò tuttavia non ha fatto altro che rafforzare lo scarto tra la classe media e quella povera, composta soprattutto da neri. Inoltre dal 1994 non sono stati creati molti impieghi, ragion per cui oggi il tasso di disoccupazione ufficiale è del 27%, sebbene in realtà sia ancora più alto.

Tornando alla politica degli alloggi, nonostante la maggior parte delle residenze sudafricane abbiano accesso all’acqua potabile e all’elettricità, sono pochi gli africani che hanno potuto permettersi una casa pavimentata: la schiacciante maggioranza della popolazione nera fa parte ancora oggi della classe povera e vive nelle township.

Sebbene l’ideale della nazione arcobaleno fosse quello di ripartire il 30% delle terre alle popolazioni nere in 5 anni, nel 2014 emerge che sono state riassegnate solo il 7% delle terre.

In realtà ci si accorge che la politica condotta dalla fine dell’apartheid ha portato all’evoluzione di una classe borghese nera e, in parallelo, all’apparizione di una classe povera bianca. La società africana, quindi, non è più divisa in etnie, bensì in classi: la composizione di queste ultime porta ancora traccia dell’eredità dell’apartheid, poiché le classi povere sono sempre composte soprattutto da neri mentre quelle ricche in buona parte da bianchi.

Questa società divisa in classi è la conseguenza delle politiche neoliberali guidate dai governi successivi al regime dell’apartheid; sebbene ricco di risorse naturali, lo stato sudafricano non ha potuto condurre ad una restaurazione economica del paese. Al contrario, si può constatare che i beni dello stato sono stati accaparrati solo da qualche individuo nella posizione adatta: il paese, evidentemente, non è stato gestito in modo tale da raggiungere gli obiettivi della nazione arcobaleno.

Adesso non ci resta che sapere se il nuovo presidente, Cyril Pamaphosa, sarà in grado di contrastare la politica portata avanti dal suo predecessore e di andare incontro all’ideale sognato nel 1994.

image2Répartition des  bantoustans sur le territoires sud africain

image1File d’attente lors des premières élections démocratiques en 1994

Louna Monaco

Traduzione di Eleonora Valente


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