Elegia di un mondiale mancato

Un bambino entra in un desolato bar in una torrida giornata di inizio luglio: il calcio di rigore di Di Biagio si è stampato sulla traversa e la Francia accede alle semifinali. Il salato delle sue lacrime si mescola al gusto aspro del suo ghiacciolo al limone.

Un adolescente si copre gli occhi davanti alla tivù. Non ha il coraggio di guardare quell’ultimo rigore: sa bene quanto questi possano essere crudeli. Il cuore impazzito cannoneggia nel petto: Grosso insacca l’ultimo rigore alle spalle di Barthez. Ora è la Francia a piangere. L’Italia è campione del mondo. Piange, stavolta di gioia.

Un ragazzo scuote la testa incredulo. Niente da fare: reti inviolate. Dopo esattamente sessant’anni l’Italia guarda il mondiale da casa. È ormai un uomo, ma trattiene le lacrime a stento. Ha ormai imparato che quando c’è di mezzo quella maglia azzurra, nel bene o nel male, le lacrime non mancano mai.

Domani, 14 giugno 2018, prenderà il via la ventunesima edizione del campionato mondiale di calcio: si terrà in Russia e sarà, a quanto sembra, l’edizione più costosa della sua storia. Dopo esattamente sessant’anni, gli italiani si ritroveranno a vivere l’insolita esperienza di assistere a un campionato del mondo da spettatori. La mente non può che tornare a quel 13 novembre 2017, a quell’amarissimo pareggio che ha decretato la qualificazione della Svezia a nostre spese, a quella notte che rappresenta – ce lo auguriamo – il fondo del crepaccio nel quale precipitava il decadente movimento calcistico italiano e che ha dato, almeno apparentemente, il via a un repulisti che dovrebbe portare a un rinnovamento e un nuovo moto ascendente.

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Ma parlare di tutto ciò adesso mi sembra superfluo: se ne è discusso per mesi interi; ora è il momento della consapevolezza e del dolore. E se chi sta leggendo non è un calciofilo e crede che i miei siano soltanto i deliri del classico italiano medio che crede che il mondo ruoti attorno al pallone, si sbaglia di grosso.

Innanzitutto dobbiamo pensare all’aspetto economico: sì, perché oggi il calcio, prima di essere un gioco, è un business. Se la mancata qualificazione degli azzurri al mondiale di Russia non dovrebbe provocare danni al nostro PIL, di certo influirà su alcuni aspetti della microeconomia: si pensi soltanto, per esempio, alle vendite di televisori, oppure alle spese deputate alle serate passate a guardare insieme le partite della Nazionale.

Dobbiamo poi considerare l’aspetto sociale. Il mondiale – e in generale le partite della Nazionale – sembrano essere uno dei pochi momenti nel quale il popolo italiano – storicamente frammentario – sembra riunirsi, nel bene e nel male, sotto un’unica bandiera. Le partite della Nazionale sono uno strumento di forte aggregazione sociale, soprattutto in un Paese nel quale il calcio è assai vissuto, non solo dai calciofili più agguerriti, ma anche – seppur in maniera indiretta – da coloro che non seguono abitualmente questo sport.

Infine, se non bastasse quanto detto, arriviamo all’aspetto personale. Il mondiale inevitabilmente, proprio per il suddetto carattere di aggregazione sociale, scandisce il tempo e i ricordi di moltissimi italiani. A chi non sarà capitato di ascoltare gli aneddoti legati al mitico mundial di Spagna ’82, oppure alle notti magiche di Italia ’90? Con la sua scansione quadriennale, il mondiale diventa spesso e volentieri, data la matrice pop del calcio, termine e caposaldo temporale attorno al quale si avvolgono le emozioni e i ricordi della nostra vita.

Ecco dunque perché la mancata partecipazione della nazionale italiana al mondiale di Russia è una tragedia, non solo sportiva, ma anche storica e sociale. Stiamo probabilmente vivendo uno dei periodi più bui della nostra storia contemporanea, nel quale le divisioni interne al popolo italiano sembrano acuirsi più che mai e l’identità nazionale sembra essere ormai purtroppo legata, più che a un vero e proprio sentimento, al confronto con il diverso, sempre più estremizzato, demonizzato e strumentalizzato a tal fine. E allora forse vivere tutti insieme un mondiale, una manifestazione sportiva nella quale la diversità funge da fulcro e catalizzatore in senso positivo, avrebbe fatto bene non solo all’Italia calcistica.

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Non tutto è perduto. Stringiamo i denti e superiamo quest’atipica estate con un mondiale senza Italia. Il prossimo anno, in Francia, si terrà l’ottava edizione del campionato mondiale di calcio femminile e le azzurre di Milena Bartolini, dopo aver battuto lo scorso 8 giugno il Portogallo, hanno strappato il pass per questa manifestazione. La prossima estate, quando avremo ancora più fame di mondiale, potremo dunque tutti insieme nutrire la speranza che le nostre ragazze ci regalino un sogno. Questa vittoria deve essere non un punto di arrivo, bensì di partenza: per il movimento del calcio femminile italiano – purtroppo in grave ritardo rispetto ad altri paesi – e per il calcio italiano tutto, affinché gli italiani possano tornare a sognare e piangere – non importa se di di gioia o di dolore – per la maglia azzurra.

Danilo Iannelli


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