Armonia portami via: l’architettura che riporta alle origini

Junichiro Tanizaki (1886-1965) ha fatto un bellissimo elogio delle case giapponesi, custodi della pace e della tranquillità. Tra i tanti esempi fatti, lui tratta dei tetti dalle gronde pesanti e curvilinee, che gettano un’ombra fortissima sui muri esterni e portano le stanze a non essere mai attraversate da una luce netta ma da carezzevoli sfumature.

Il senso scenografico è evidente: nessun colore deve urtare, la geometria delle porte scorrevoli e della scansione interna del palazzo non deve essere turbata da tagli violenti di luce.

Le case occidentali, dice lui, usano il tetto solo come tappo, s’espongono al sole molto di più. C’è sempre un grande desiderio di imporsi nello spazio, di far sentire la forza della costruzione sulla Natura. Nessuna gerarchia è nascosta nei palazzi che raccontano la nostra Storia, nessuna passività o accettazione si può notare nelle costruzioni dei nostri centri storici.

La mente occidentale non vuole tanto le sfumature ma le linee, la densità, la dittatura del visuale e del sinestetico, della nettezza che domina e usa le sfumature non facendosi possedere da queste. Camille Paglia (1947) parla non per niente di questa tendenza apollinea come di un’estatica idolatria di principio, ricordando un fatto semplicissimo: “Idolatry is fascism of the eye. The western eye will be served, with or without the consent of consience”.

La tendenza di conservare la tradizione ed il fulcro delle comunità non sembra più appartenere all’Occidente. Nel Novecento si sono visti emergere degli Esperanto architettonici che hanno devastato le città dagli anni ‘60 in poi. Il regista Jacques Tati (1907-1982) ed il poeta Jean Cocteau (1889-1963) fecero critiche molto attente di questa tendenza.

Stesso stile, mille paesi: il cosmopolitismo vale per molti fattori ma non certo per le culture: è vampiresco e senz’anima. Succhia sangue quanto sparge cemento. Strappa dalle radici e dai contesti l’arte e le funzioni architettoniche. L’utile non è più collegato al forte e al bello.

Non si può costruire a Napoli ciò che può andar bene nell’hinterland milanese; non va bene in Calabria ciò che è fatto in Veneto. E soprattutto, rinnegare la tradizione di un luogo significa frammentarlo, renderlo un luogo di gente passiva e non orgogliosa della città dove è nata e cresciuta.

L’orgoglio va di pari passo con l’identità: la città vive se è essenziale, densa, con sue particolarità inesportabili. Che piacere c’è a vivere dentro un quartiere che sembra uscito da un quadro di Sironi? E che dire delle affettatissime aggiunte in bianco postmoderno ad opera delle archistar?

Victor Papanek (1923-1998) è stato uno dei più acuti a lamentare l’urbanistica tardo-novecentesca, la quale, più che decostruzionista, è degenerata. Molto importante questa sua frase: “The field must look back in humility to study not what is the latest in Los Angeles or Milano, what is oldest in Boston or Siena”.

La riscoperta dell’importanza della creazione di centri piccoli, quartieri in sintonia con il paesaggio, lo studio dei materiali del territorio: tutto ciò deve soppiantare l’assillo più grande degli urbanisti: il traffico.

A furia di pensare al passaggio e non a chi resta, i progettisti sono più a servizio dei centri commerciali e dei grandi centri urbani che non del corpo di una regione. Il discorso vale ancor più per la nostra nazione: in Italia non possono essere applicati i principi centralisti che in Francia hanno fatto la fortuna di Parigi (con la distruzione dei particolarismi culturali durata secoli).

I piccoli centri sono l’essenza dell’Italia: proteggerli e custodirli non sono opzioni. Studiare l’urbanistica è come studiare tutte le altre branche dello Spirito umano: cioè parlare di organismi. Se un corpo con la vita in nuce è smembrato nell’aspetto, nella densità, nel collante (l’elemento umano), vive senza riuscire a dimostrare il suo potenziale, con perenni ostruzioni. È come avere un’uretra infetta e non riuscire ad urinare.

Antonio Canzoniere

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