Il soffio d’una vita

Di mattina le sale d’attesa degli ospedali si assomigliano un po’ tutte: bisbetiche e intrattabili infermiere pronte ad assalirvi a un vostro minimo errore, frettolosi anziani sbuffanti come vecchie locomotive e dottori in perenne ritardo che si fanno attendere come star.

Un timido e tiepido raggio di sole fende le nubi e illumina appena, soffocato tra le luci elettriche, la corsia del reparto di pneumologia: sta nascendo un’altra fredda e umida giornata, non l’ideale per i miei polmoni asmatici.

La dottoressa è appena arrivata e ho un paio di persone in coda prima di me. Per ingannare l’attesa ho portato da leggere: I racconti della beccaccia, di Guy de Maupassant. Sfoglio le vecchie pagine logore di questa consunta edizione acquistata al mercatino dell’usato: il frusciare delle pagine soffia fuori tutta l’icastica genialità e irriverenza di un maestro del racconto moderno.

Comincio a leggere: mi ritrovo sotto gli occhi La signorina Cocotte, ma lo salto, lo conosco bene, troppo macabro da leggere di prima mattina. Vado avanti e mi fermo alla pagina de I gioielli: leggo e sorrido dinanzi alla vicenda del fortunato cornuto signor Lantin.


Un amabile vecchietto seduto alla mia destra, nodoso come un ulivo secolare, mi guarda e sorride.
– Ormai ce ne sono pochi di giovani che leggono…
– Eh già… – dico io, senza staccare gli occhi e leggermente infastidito per essere stato interrotto.
– Oggigiorno stanno tutti appresso a ‘sti telefoni… E si rincoglioniscono, così! – prosegue.
Chiudo il libro e sposto lo sguardo alla mia sinistra, attirato da un ometto sulla cinquantina che guarda sul suo smartphone un indecifrabile video con in sottofondo una assordante musica country. Ride a crepapelle.

– ‘sti ragazzi di oggi sembrano scolapasta: metti l’acqua da sopra ed esce tutta sotto! Sono bombardati di informazioni, ne apprendono cinquanta al giorno e ne dimenticano cento. Questi nuovi metodi di apprendimento mica funzionano tanto, sai? Apprendi più cose e pure più velocemente, ma le dimentichi pure prima, eh!
– Eh sì, ha ragione – rispondo io – Secondo me, sarò pure un po’ tradizionalista, non c’è modo di sostituire la lettura nell’apprendimento.
– Che leggi? – mi chiede.
Gli mostro la copertina del libro.
– So’ ipovedente – mi dice sconsolato.
– Maupassant, un autore franc…
– Ma sì che lo conosco Maupassant! Io a casa c’ho più di duemila libri, bello! – proclama fiero – Qual è di Maupassant?
I racconti della beccaccia.
– Ah, bene, bene. Io ho letto la novella, quella lunga, come se chiama? Ah sì, Palla di sego! E poi i romanzi, Una vita e Bel ami.

Cominciamo a chiacchierare un po’ di libri e di letteratura. Sorrido: non speravo proprio di poter trovare un compagno simile in coda dalla pneumologa!
– Mi ricordo due frasi di Maupassant – mi dice sorridendo – La prima è: «Giudico il matrimonio uno scambio di cattivi umori di giorno e di cattivi odori di notte». E la seconda: «La vita è un’erta. Mentre si sale, si guarda la cima e ci si sente felici; ma quando si arriva in alto si scopre di colpo la discesa e la fine, che è la morte. Scorre lentamente quando si sale, ma passa in fretta quando si discende». E t’assicuro, giovanotto, che so’ vere tutte e due! – dice sghignazzando bonariamente.
– Eh, ma bisogna tenersela stretta lo stesso, ‘sta vita – gli faccio io, sorridendo piuttosto amaramente – Perché, citando un altro grande novelliere: «Ah la vita cos’è! Basta un soffio a portarsela via».
Mi sorride ancora e poi, chiamato dall’impaziente infermiera, mi saluta e sparisce dietro la porta dove l’attende la dottoressa.

Sono a buon punto nella lettura di Sant’Antonio, l’oste normanno e fanfarone che ingozza a forza il suo biondo maiale prussiano, quando un crescente scalpiccio nel corridoio mi scuote dalla lettura. Due medici entrano di gran carriera nella stanza della dottoressa. Trascorrono interminabili minuti: dietro la porta il tramestio sembra crescere di pari passo con lo scorrere del tempo. Poi, di colpo, il silenzio.

Il cigolio di una barella diroccata si avvicina nel corridoio: rabbrividisco. I due barellieri, silenziosi, la conducono nella stanza della dottoressa. Tutti teniamo il fiato sospeso: tranne l’uomo con lo smartphone, lui sta lì, ignaro e beato, a guardare i suoi video con la musica country, e ride. La barella torna alla nostra vista, annunciata da quello stridente e raccapricciante cigolio: sopra, c’è un lungo sudario bianco.

Danilo Iannelli

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