Dogman: Garrone in nero intenso

Il canaro della Magliana è vicino alla trama del film come un lampo lo è a un altro nella tempesta. Qui ci troviamo nella fiaba pura, tinta nel sugo del degrado della periferia. Siamo a Castel Volturno negli scenari di Villaggio Coppola. Luoghi deserti da western urbano, tanta polvere e desolazione.

Il protagonista del film, Marcello, è proprietario di una toeletta per cani. I suoi amici a quattro zampe sono i suoi veri compagni di vita: la figlioletta amata e gli amici con cui gioca a calcetto non sono che comparse nella sua esistenza.

Timido con gli uomini ma non con gli animali, Marcello stringe amicizia col bruto del quartiere, Simone (Edoardo Pesce), cocainomane e odiato da tutti cui dà un po’ di bamba per amicizia. Costretto dal suo nuovo amico a collaborare in un colpo ai danni del compro-oro confinante, Marcello si fa un anno di carcere mentre Simone resta impunito.

La vendetta è alle porte.

Garrone narra per compressioni e dilatazioni servendosi della luce livida di Nicolaj Brüel e delle scenografie di Dimitri Capuani per creare un’atmosfera totale di solitudine, in un film su un sentimento, uno stato d’animo, non dissimile in questo da Lady Macbeth di William Oldroyd di cui già si è parlato in questo sito.

Garrone è maestro del grottesco: sotto la maschera non c’è niente, il contenitore è già contenuto. La sincronia è mostruosa e dilaniante, giocata sulle presenze e sulle scene di violenza. Marcello è ‘cane’ perchè diviso tra remissività e bestialità, scisso senza un punto mediano dove ritrovarsi in pace.

Nel finale non c’è consolazione. Tutto gli ritorna addosso. Il gioco di primi piani è essenziale per percepire l’effetto totale. La scelta degli attori è sempre stato uno dei punti di forza del regista che ha lasciato il suo originario progetto di Pinocchio per riprendere questa storia accarezzata già nel 2006.

Marcello Fonte è tornato giustamente da Cannes 2018 con il premio della migliore interpretazione maschile per il suo camaleontismo, ma non gli è inferiore Edoardo Pesce che sa come giocare di brutalità pura per esperienza provata nei suoi ultimi film.

Attorno a loro è giusto notare Franco Acquaroli e Adamo Dionisi come comprimari e la piccola Alida Baldari Calabria nel ruolo della figlia.

Non c’è nulla di superfluo o debole in questo film: la macchina di Garrone brucia la scrittura per virtù di stile. Altro non va detto se non di vedere il film che fa onore al suo creatore e regista.

Antonio Canzoniere

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