#JeSuisSergiò

Mettere dedizione e impegno in una qualsiasi attività o compito e vederlo andare in fumo è frustrante sotto ogni punto di vista ed è normale essere arrabbiati o delusi per il mancato riconoscimento del proprio lavoro.

Mettere dedizione e impegno in una qualsiasi attività o compito che potrebbe portare a conseguenze tremendamente deleterie per le condizioni di uno stato che detiene una delle economie più rilevanti all’interno dell’Unione Europea è plausibilmente un’ipotesi peggiore.

Probabilmente è ciò che è passato per la testa al Presidente della Repubblica Italiana nella giornata di ieri sera, verso le sette di sera, quando, consapevole dell’ondata di critiche in procinto di scatenarsi, ha esposto le sue perplessità circa la nomina di Paolo Savona come Ministro dell’Economia e delle Finanze. Le posizioni di quest’ultimo si sono dimostrate, nel corso degli anni e in tempi più recenti, fortemente antieuropeiste e inclini ad adottare strategie per una rapida e sana uscita dall’euro. Sebbene abbia più volte sottolineato come quest’ultima opzione fosse un cosiddetto piano B, i suoi atteggiamenti critici hanno preoccupato il Presidente Sergio Mattarella nella sua decisione di nomina dei Ministri, provocando il suo veto. Al suo posto il Presidente ha suggerito il sottosegretario leghista Giorgetti come alternativa. Il segretario del partito leghista  Matteo Salvini ha respinto questa possibilità e, assieme a Luigi DiMaio, ha deciso di non portare avanti un governo senza la presenza di Savona come Ministro dell’Economia. Conte rinuncia all’incarico e l’Italia è ancora senza governo. Di Maio assieme alla Meloni minaccia di invocare l’art. 90 della Costituzione per dichiarare lo stato di accusa verso il Presidente, il quale, secondo molte personalità pubbliche, ha violato i principi di democrazia e della Costituzione.

Non vi si può lasciare soli una domenica pomeriggio ragazzi, eh.

Serve innanzitutto considerare il presupposto che il Presidente della Repubblica, in accordo con l’articolo 92, nomina il Presidente del Consiglio e, sotto indicazioni di quest’ultimo, i Ministri. È possibile senza dubbio vedere questa nomina sotto un profilo meramente formale senza che intervenga un potere decisionale del Presidente, ma in passato fattispecie di diversa natura hanno portato a pensare non sia così.

Nel 1994, l’allora Presidente della Repubblica Oscar Scalfaro decise di non nominare l’avvocato di Berlusconi Cesare Previti come Ministro alla Giustizia, portando alla nomina di Alfredo Biondi, sottolineando la rilevanza delle precedenti parole di Previti in campagna elettorale “Vinceremo le elezioni e poi non faremo prigionieri”.

Nel 2001 per evitare di scontrare opposizione dal Presidente Carlo Azeglio Ciampi alla nomina di Maroni come Ministro della Giustizia per precedenti scandali nei quali era coinvolto, la Lega scelse di portarlo al Lavoro e proporre al suo posto Roberto Castelli.

Nel 2014, su suggerimento di Giorgio Napolitano (PdR), Matteo Renzi decide di non proporre il procuratore Nicola Gratteri come Ministro alla Giustizia, portando alla proposta di Andrea Orlando, con approvazione del Presidente.

La giurisprudenza porterebbe dunque a pensare che Sergio Mattarella al momento detiene un potere, in quanto Capo dello Stato, sulla formazione del governo, seppur in maniera più marginale. Il suo giudizio ha valore in quanto egli rappresenta l’integrità del Paese e la sua figura è garante dei valori costituzionali.

Il punto rimane sul se la nomina di Savona come Ministro avrebbe portato o no complicazioni per la salvaguardia della Repubblica.

Dalle parole del discorso di Mattarella: «L’incertezza della nostra posizione nell’Euro ha posto in allarme investitori italiani e stranieri che hanno investito in titoli e aziende. L’aumento dello spread aumenta debito e riduce la possibilità di spese in campo sociale. Questo brucia risorse e risparmi delle aziende e prefigura rischi per le famiglie e i cittadini italiani, con un rischio anche per i mutui»

L’Italia al momento è il Paese OCSE che registra i tassi di crescita più bassi, il PIL pro capite si è ristretto ad oggi dell’8,6% rispetto al 2007. L’Europa, al netto dell’Italia, è sopra di 5.0 percentuali. Rispetto agli altri Paesi Europei abbiamo registrato una crescita del PIL inferiore dell’1%.

Possono solo sembrare numeri, ma sottolineano una difficoltà di ripresa di uno stato dove non ci sono state riforme economiche al pari di altri Membri della Comunità Europea. Viene difficile pensare questo svantaggio sia dovuto a manovre “neoliberali” dell’Europa che soggioga il nostro Paese a misure inique. Secondo l’indice di Gini, l’Italia ha mantenuto costante il suo livello di disuguaglianza (circa il 33%) nel passato ventennio. Il settore manifatturiero, a differenza di altri Paesi Membri, è andato crescendo. Il problema è più rilevante su nodi strutturali del nostro sistema che meriterebbero riforme più concrete sotto tanti punti di vista. Difficile credere che i costi per un cambio di valuta e dell’isolazionismo dal mercato unico possano in qualche modo aiutare. La nomina di un Ministro di differenti prospettive potrebbe senza dubbio creare problemi economici rilevanti sul mercato della Borsa di Milano e tutte le attività italiane connesse.

Posizioni più solide sono certamente auspicabili, ma la preoccupazione del Presidente risiede nella rottura dei rapporti con l’Unione Europea, soprattutto per via delle forti affermazioni di Paolo Savona sul ruolo egemone della Germania. Citando la sua biografia “Come un incubo e come un sogno”: “«La Germania non ha cambiato la visione del suo ruolo in Europa dopo la fine del nazismo, pur avendo abbandonato l’idea di imporla militarmente. Per tre volte l’Italia ha subito il fascino della cultura tedesca che ha condizionato la sua storia, non solo economica, con la Triplice alleanza del 1882, il Patto d’acciaio del 1939 e l’Unione europea del 1992. È pur vero che ogni volta fu una nostra scelta. Possibile che non impariamo mai dagli errori?»

La paura di Sergione è tutta qui. Vorremmo ripartire con il piede giusto nei nuovi rapporti con l’Europa e paragonare le politiche della Merkel a quelle dei nazisti non è il modo migliore. Mattarella potrà aver torto o ragione in questo suo pensiero, ma è veramente difficile affermare che nel suo agire abbia posto in essere un attentato alla Costituzione o un alto tradimento, così come previsto dall’Articolo 90.

Anzi, da questo punto di vista la figura di Mattarella, spesso considerata statica e di poco rilievo, si è fatta carica di un peso non indifferente nella salvaguardia degli interessi dello Stato e della Repubblica Italiana, a costo di una carneficina mediatica e di un’etichetta da dittatore. Politicamente giusto o sbagliato, il Presidente ha dimostrato estrema intraprendenza su una questione da mesi dibattuta, provando al tempo concretezza e ponderatezza nel suo bilanciare le forze in gioco. Sui social sono già partiti gli hashtag e si possono immaginare sempre più persone cambiare la foto del profilo per rendere omaggio al coraggio dimostrato dal Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella.

L’impeachment non passerà.

#JeSuisSergiò

Matteo Caruso


Bibliografia:

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