L’Irlanda ha detto Sì

Sembra ancora surreale che nel 2018 vi siano articoli su articoli (come questo d’altronde), pronti ad elogiare l’enorme passo in avanti che ha fatto l’Irlanda.
Per quanto però possa essere scontato, e per quanto in Italia queste battaglie le abbiamo fatte  nel ’78 (anche se gli obiettori di coscienza sono circa il 69,6% tra i ginecologi) il passo che ha fatto l’Irlanda ha un’importanza storica enorme.

Prima di tutto è sempre importante contestualizzare lo stato: l’Irlanda ha sempre avuto una tradizione cattolica molto forte. Non vi è un culto della chiesa che è fine a se stesso o dovuto a una semplice tradizione: la popolazione crede fermamente e resta molto rigida negli insegnamenti cristiani.
La chiesa esprime identità, valore primario è Dio e ciò che ne consegue: motivo quindi di molte scelte conservatrici, in particolare modo aver inserito nella costituzione l’ottavo emendamento, che sancisce “pari diritto alla vita” per la madre e il feto, del quale il referendum proponeva l’abrogazione.

Il valore alla vita, sottolineato anche nella costituzione approvata nel 2013, permette l’aborto unicamente in caso di pericolo per la madre, ma comunque con un’implicazione limitata: non si poteva bloccare la gravidanza dopo uno stupro, incesto o anomalie del feto. 

Allo stesso modo l’educazione sessuale è sempre stata molto oscurata e la liberalizzazione di preservativi attuata poco tempo prima del 1983, quando si è voluto introdurre in costituzione il divieto di aborto.
Il controsenso lo porta il tredicesimo emendamento, che dava il permesso alle coppie di andare ad abortire all’estero dove secondo i dati del ministero della Salute britannico sono state 165.438 tra il 1980 e il 2015.


Intervenne così l’Unione Europea che esplicitò all’Irlanda il limite e divieto dei diritti umani delle donne, e di conseguenza l’Irlanda venne condannata dalla CEDU stessa.

La campagna elettorale è stata molto lunga e difficile, ma piena di sentimento, come se un popolazione fosse pronta a fare questo grande cambiamento e si sentisse unita nel poter decidere tutti insieme una questione così delicata e importante.

Anche se la vittoria del SI era prevedibile, essendo nato anche sui social l’hashtag “#homevote” per mano dei residenti esteri irlandesi, che sono tornati apposta per poter votare dando il loro contributo.
Allo stesso tempo gli anti-abortisti hanno diffuso molte fake news per rendere il proprio voto più forte, andanto a concludersi con però una brutta figura davanti a tutto l’elettorato, dimostrandosi ottusi e retrogradi. Allo stesso tempo, davanti ai numeri della sconfitta, hanno accettato ciò che era giusto accettare.

Possiamo concludere questa campagna positiva con un finale che si esprime con la vittoria del Sì, che ha ottenuto circa il 66,4 per cento dei voti (più o meno gli stessi dati dagli exit poll).

Giulia Olivieri

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