Mad Tax

“Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva.
Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”

(Art.53 della Costituzione della Repubblica Italiana)

Durante l’avvento della cosiddetta Terza Repubblica ed una sempre maggiormente delineata struttura del nuovo governo pentaleghista, è compito di ogni buon cittadino con senso civico togliere un po’ di tempo alla propria vita quotidiana per sedersi e fare due chiacchiere in merito.

Entrare integralmente in un dibattito riguardo il Contratto di Governo recentemente proposto dalle forze politiche di maggioranza rimarrebbe lungo, arduo e sicuramente difficilmente di una qualsivoglia utilità viste le differenti prospettive su vari argomenti e le tematiche trattate. Ciò nonostante, sarebbe opportuno analizzare in maniera più accurata una delle questioni maggiori su cui si è posta maggiore attenzione: la flat tax.

Brevemente, la differenza tra l’attuale IRPEF e la Flat Tax 2019 riguarda principalmente l’assenza di progressività e un taglio della tassazione. Tutto molto bello.

Schematizziamo il tutto per chiarire le differenze:

Con l’IRPEF vi è una divisione del reddito in 5 fasce:

  • Con i redditi fino a 15.000 euro si paga 23% del reddito.
  • Da 15.001 fino a 28.000 euro si paga 3450,00 + 27% sul reddito che supera i 15.000,00 euro.
  • Da 28.001 fino a 55.000 euro paghi 6.960,00 euro + 38% sul reddito che supera i 28.000,00 euro
  • Da 55.001 fino a 75.000 euro, 17.220,00 euro + 41% sul reddito che supera i 55.000,00 euro.
  • Oltre 75.000 euro il contributo è di 25.420,00 euro + 43% sul reddito che supera i 75.000,00 euro.

Easy peasy lemon squeezy? Probabilmente no.

La Flat Tax, d’altro canto, semplifica di molto questa divisione.

Da 0 a 35’000 euro si paga il 15% sul reddito dal quale sono detratti 3’000 euro per ogni componente della famiglia.

Da 35’001 a 50’000 euro si paga il 15% sul reddito dal quale sono detratti i carichi familiari.

Da 50’000 a 80’000, tassa al 15%.

Da 80’000 in su 20%.

Molto limpido in realtà e con una riduzione della pressione che è possibile faccia sorridere in molti. Magari non tutti.

Ciò che fa dubitare sulla riforma è la naturale conseguenza di minori entrate nelle casse di uno stato che detiene ancora un largo debito pubblico. In più, il taglio non è tanto rilevante sui redditi di fascia bassa, i quali potranno veder diminuita la pressione di una percentuale poco significativa, quanto per i redditi più elevati. Una differenza dal 43% al 20% per coloro con un’entrata pari o maggiore di 75’000 euro annui, ad esempio. Questo sistema comporta un aumento sostanziale della disuguaglianza sempre maggiore tra i cittadini di diverse fasce. La progressività della tassazione, prevista dall’art.53 della nostra Costituzione, fu inserita principalmente per permettere una differenziazione ponderata per ogni entrata e creare un sistema di tassazione più equo. Povertà e disuguaglianza sono condizioni che spesso procedono di pari passo. Seguendo il pensiero dell’economista e statista indiano Amartya Sen (2000) “la teoria della valutazione della diseguaglianza è strettamente legata a quella della valutazione della povertà. […] Se vediamo la povertà come il non appagamento di un livello minimo di capacità di base, diviene più facile capire perché la povertà abbia sia un aspetto assoluto che uno relativo.

Dall’altro lato, sarebbe stupido pensare che chiunque supporti la flat tax lo faccia senza ragione, preso da un raptus di follia. Del resto, è un sistema adottato in molti paesi dell’est Europa, tra cui Russia e Repubblica Ceca. Per i principi della teoria Keynesiana, una diminuzione della pressione fiscale comporta una possibilità di aumentare gli acquisti e la circolazione di beni e servizi maggiore. Più soldi hai, più è verosimile tu vada a spenderli. Il crocevia si trova qui: diminuendo le tasse, specie per i più agiati e per le imprese, l’economia troverà una spinta maggiore e gli aspetti positivi del liberalismo potranno portare dei vantaggi molto rilevanti. Diminuendo le entrate fiscali, dall’altro verso, lo stato si troverà con minor finanziamento e con l’obbligo di apportare notevoli tagli a molte spese pubbliche, con a rischio settori quali istruzione e sanità. Più soldi in tasca ma minori servizi pubblici, con conseguente riversamento verso servizi privati. Una sorta di liberalizzazione, ecco.

Ora, se i più abbienti e le imprese, sollevati dallo sgravio della tassazione in maniera così consistente, si prodigheranno a portare nuovi stimoli all’economia, tutti contenti.

Se ciò non dovesse però accadere, lo stato italiano si potrebbe ritrovare con un aumento ulteriore del suo già pressante debito pubblico e un taglio sostanziale alle spese pubbliche, con i servizi per i cittadini a fasce di reddito minori a rischio.

Difficile poter in ogni caso affermare che l’Europa ci vedrà di buon’occhio nel prossimo futuro. Lo spread va in aumento e forze politiche antieuropeiste con un crescente debito pubblico, potrebbero portare ad un’incrinatura dei rapporti con l’Unione da non sottovalutare.

Il liberismo ha i giorni contati, ma potrebbe non esser l’unico.

Matteo Caruso


Bibliografia:

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