Macerie di un’autostrada

Ventitré maggio, ventisei anni, e
Ancora non Capaci
Siamo di tale scempio di giustizia
E umanità; negli
Occhi macerie di un’autostrada
Ma non della via che ci indicasti:
coraggio e libertà.
Come un falco ne facesti preda
Di uomini rapaci
Ed essi t’ammazzarono, convinti di
Cassare, con te, le tue
Idee, ma queste vivono tra noi
Eterne, come dee.

 

Sono sulla A29, su un pullman verso Palermo, e stiamo arrivando allo svincolo per Capaci. Un po’ di paura la ho: so cos’è la mafia, certo non bene come il giudice Falcone, ma ne conosco alcuni volti e molte storie, forse perché parte delle mie radici affonda in un luogo in cui i mafiosi controllano i paesi e sembra diano sicurezza agli abitanti, una sicurezza piuttosto ingannevole, ma a cui molti sembrano quasi costretti ad avvinghiarsi. Non li giudico se non riescono ad avere forza e coraggio per combattere La Mafia: noi essere umani spesso da soli siamo troppo piccoli per lottare e vincere. Non tutti però, non ad esempio Giovanni Falcone, che, è vero, non è mai stato completamente solo e che di fatto in questa guerra è morto, facendo pensare ai più di aver perso, ma che in realtà ha ottenuto così tante vittorie per tutti noi. Mi sento però di poter giudicare almeno un po’ quelli che non combattono la mafia, quell’atteggiamento di omertà che troppe volte usiamo nella quotidianità.

Dal finestrino leggo uno dei due cartelloni, “Capaci”: qui è dove ventisei anni fa sono esplosi 400 kg di tritolo e morte cinque persone, chi prima, chi dopo, eppure c’è solo un’autostrada liscia dove tutto sembra normale. Ecco il punto: un’autostrada che salta per aria viene riparata, i luoghi delle stragi ritornano ad essere i luoghi di una strana quotidianità, l’asfalto non ha più alcuna memoria e probabilmente neppure l’aria o le case lì vicino. Chi ha memoria sono gli abitanti, i cittadini, le persone, che trattengono con sé una memoria storica che raccontano a figli e nipoti come un antico dovere.

Il pullman passa così veloce e indifferente che anche questo un po’ mi spaventa, forse più del fatto che quasi nessun altro di coloro che sono lì con me si rende conto di aver appena sfiorato una storia di coraggio a cento all’ora. È vero, ho un po’ di paura, ma mi viene da pensare che anche Falcone ne avesse e ho quasi la certezza che senza quella paura non avrebbe mai avuto tanto coraggio, il coraggio della legalità, dell’amore per gli altri e dell’amore per la vita. Una paura che sicuramente avevano anche sua moglie, Francesca Morvillo, e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro, che però non lo hanno mai abbandonato e che con Giovanni Falcone hanno vinto un’enorme battaglia, che noi abbiamo il dovere di portare avanti.


Danilo Iannelli Martina Moscogiuri

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