La crisi della società moderna, partecipazione civica e beni comuni

L’individuo fragile del XXI secolo vive in un momento di profonda crisi dei partiti politici e della politica tradizionale. Questa crisi si riscontra sempre più nella partecipazione politica, basti pensare ai dati riportanti l’affluenza alle ultime elezioni politiche. Nei dibatti politici si respira sempre di più la constante competizione e ricerca per il consenso elettorale. Ma la disaffezione alle istituzioni e alla politica del XXI secolo è da classificare come un problema oppure semplicemente come un processo storico che sta portando la civiltà verso nuove forme di partecipazione collettiva e successivamente politica?

Ulrich Beck scriveva che spesso cerchiamo la politica nei posti sbagliati. Forse siamo occupati a preoccuparci troppo della situazione degenerativa della situazione politica attuale per accorgerci delle diverse nuove forme politiche che stanno nascendo e si stanno sviluppando intorno a noi.

Difatti oltre a nuove forme di partecipazione politica, negli ultimi 20 anni, soprattutto nel nostro paese, c’è stato un aumento e una crescita della partecipazione civica. Ma quale è il fine ultimo della partecipazione civica e chi sono i promotori? In breve, utilizzando le parole di Andrea Millefiorini la partecipazione civica è finalizzata al perseguimento del bene pubblico generalizzato e viene condotta da associazioni, movimenti e organizzazioni che non competono politicamente tra loro. Una crescita della partecipazione civica è direttamente collegata alla sopra citata crisi dell’istituto di rappresentanza, metaforicamente parlando i cittadini ritirano la delega attribuita ai rappresentanti politici per la scarsa fiducia e i poveri risultati ottenuti. Ecco i cittadini diventare loro stessi fonte di diritto e soggetti costituzionali. Loro devono essere i primi a collaborare con le istituzioni per far sì che rendano al meglio e allo stesso tempo essere un organo costante di controllo.

Da una “fusione”, passatemi il termine, tra partecipazione politica e partecipazione civica nasce il “civismo politico”. Un’azione che viene classificata come “politica”, poiché prevede le associazioni in questione scendere, in prima persona o a fianco di partiti, movimenti o liste civiche, nell’arena politica. Un’azione che apre le porte ad un possibile ribaltamento, in un futuro forse non troppo lontano, dei rapporti di forza tra i partiti politici tradizionali e le associazioni. Magari vedendo quest’ultime protagoniste dell’arena politica locale.

La partecipazione politica e il recupero della dimensione temporanea dell’agire politico hanno trovato forte stimolo nel dibattito attorno ai beni comuni (strade, quartieri, giardini pubblici etc.). I beni comuni si incastrano e vanno a disturbare la dicotomia, caratteristica principale dell’età moderna, tra privato-pubblico. Nella retorica moderna il pubblico viene rappresentato dallo Stato e il privato è alla base del “mercato” secondo il liberismo costituzionale. In un gioco dove i programmi politici e le strategie sono basate su a quali dei due attribuire più potere.partecipazione-civica-600x345

La degenerazione è da evidenziare soprattutto nella proprietà privata nata come un diritto da esercitare su un determinato bene e divenuto come un diritto assoluto fondamenta del mondo capitalista e finalizzato al continuo arricchimento. Il politologo canadese Crawford MachPherson ha sottolineato come la nozione moderna di proprietà privata sia fondata sul diritto di escludere gli altri, mentre prima garantiva una sorta di diritto di accesso. Lo stesso diritto di accesso che, al contrario, ritroviamo nei beni comuni.

Anche lo studioso Mattei dimostra, nella sua opera Beni Comuni. Manifesto, la sostanziale differenza del bene comune da una proprietà privata tanto da quella pubblica. La logica meccanicistica e razionalistica, proveniente da una cultura illuminista, prevede un bene solo in una relazione quantitativa. Nella sua teoria benicomunista noi non “abbiamo” un bene ma siamo parte integrante di quel bene. Così come la proprietà individuale sancisce il primato dell’individuo, nella proprietà collettiva il primato viene sancito dalla cosa, ovvero il bene comune. Quest’ultimo è una parte essenziale per la comunità intera, conseguenzialmente indispensabile. Supera così i canoni individualistici e privatistici della società post-industriale.

In conclusione attraverso la cittadinanza attiva e la partecipazione civica possiamo migliorare i beni comuni, i quali sono una sorta di patrimonio condiviso di cui tutti dovremmo prenderci cura. Il raggiungimento dei massimi risultati deve però avvenire sempre attraverso una collaborazione con le istituzioni vigenti, nel caso in cui si rifiutino categoricamente, i cittadini devono  essere i primi artefici di un cambiamento politico capace di accompagnare le nuove esigenze ed idee sociali. A livello di civismo politico e partecipazione politica, la Casa Internazionale delle Donne è attualmente uno tra gli esempi perfetti di un servizio erogato da una comunità non misurabile a livello economico o giuridico, un’organizzazione che ha portato in alto i diritti delle donne e lo sviluppo della società stessa. Il problema è la linea che divide l’appropriazione degli spazi pubblici e i beni comuni. Una linea non ancora resa chiara e trasparente dal punto di vista politico, giuridico ed economico.

Illuminante per la compilazione di questo articolo il libro “Partecipazione civica, beni comuni e cura della città”, specificatamente la prima parte a cura di Maria Cristina Marchetti e Andrea Millefiorini.

 

Oscar Raimondi 

 

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