L’eredità delle vecchie colonie

Quando la Francia calcistica si concesse un grande exploit con le vittorie in fila del Mondiale nel ’98 (in casa) ed Europeo ’00, entrambe con squadre fortemente multietniche, tutti sembrarono dimenticarsi del passato coloniale del paese e degli attriti sociali. Zinedine Zidane la notte della finale del ’98 poté vedere la sua faccia proiettata sull’arco di trionfo di Parigi; un algerino su quello che è forse il simbolo più rappresentativo della grandeur francese. L’idillio però dura poco.

A un anno di distanza dal secondo successo allo Stade de France si gioca Francia–Algeria. Una sorta di partita della riconciliazione. Marsigliese fischiata, si parte male. La partita scorre e sul 4-1, al 76esimo minuto, il disastro. Sugli schermi televisivi si vede inizialmente un ragazzo che invade il campo. Poi si allarga l’inquadratura e si capisce il perché del tono allarmato dei telecronisti. La versione restaurata della battaglia di Poitiers si mostra alle telecamere con forse 200 tifosi che si dirigono verso il campo come schegge impazzite, tirando qualsiasi tipo di oggetto per aria e sfuggendo a una security impotente che richiede l’intervento della polizia. Forse era troppo presto.

Questi eventi e le rivolte del 2005 gettarono dubbi sulle politiche francesi riguardo i quartieri periferici, abitati in maniera preponderante dai figli delle ex colonie che si andarono ad installare lontani dai centri. Il rischio è quello di un’occasione persa per un paese che, per la mole di cittadini di origine straniera che presenta e per il fatto che le comunità di immigrati sono tra le più antiche d’europa, poteva ergersi come esempio di integrazione tra popoli, ma che dopo molti anni di modello di integrazione “assimilazionista” continua a combattere con i suoi fantasmi coloniali.

Da questa inquadratura interna al paese appare strano che la Francia istituzionale in realtà non abbia mai pensato a sé stessa (da 120 anni a questa parte) senza Africa. Infatti le ultime colonie francesi diventano indipendenti nel 1960 e senza perder tempo nello stesso anno nasce il “Segretariato generale dell’Eliseo agli affari africani e malgasci”, la cosiddetta “Cellule Africaine de l’Élysée”, un gruppo di consiglieri (un tempo imponente e ora ristretto a poche persone) che ha il compito di consigliare il Presidente della Repubblica in materia di interessi francesi in Africa. In realtà il gruppo ha sempre mantenuto una veste ufficiosa e oggi ha meno poteri di un tempo, ma esiste sempre la figura detta del “Monsieur Afrique”. A ribadire l’importanza che tutto ciò ha per la Francia esiste un rapporto del 2013 redatto dalla commissione affari esteri del senato francese dal titolo abbastanza enfatico “L’Afrique est notre avenir”, l’Africa è il nostro futuro. Nel rapporto si parla di cooperazione economica e culturale ma soprattutto di colmare un gap a fronte di una crescente importanza nella regione, nei confronti di potenze come la Cina. Vi è inoltre una notevole presenza militare francese nei paesi del Sahel cosiddetti del “G-5”.


Per definire questo approccio, la stampa transalpina più critica verso le politiche africane della Francia usa il termine Françafrique.

“Françafrique” moderna e il Franco CFA

All’inizio degli anni ’60 la Francia vide crollare sotto i suoi occhi il suo vasto impero coloniale. Il processo cominciò nel 1954, quando le truppe vietnamite del generale Giap, sbaragliarono i francesi nelle inaccessibili foreste del sud est asiatico, teatro da lì al 1975 di uno dei conflitti più sanguinosi della storia. In seguito con le guerre d’Algeria persero i possedimenti del nord Africa e solo per ultimi (senza conflitti armati) i territori della “Francia Occidentale Francese”. Questa uscita “soft” dall’Africa subsahariana ha due conseguenze: innanzitutto tali territori sono ancora oggi largamente frequentati da miriadi di imprenditori francesi che investono nella regione; la seconda conseguenza ha risvolti pratici ancora maggiori sull’economia delle regioni. In totale 14 paesi utilizzano come valuta il “Franco CFA”, una moneta che tutt’ora viene coniata in Francia, a Chamalières. Questa valuta ha una storia antica. Nasce infatti nel 1945 con la ratifica francese degli accordi di Bretton Woods come “Franc des Colonies Françaises d’Afrique” (FCFA). Alla fine degli anni ’50 però, come abbiamo visto, la Marianne non ha più possedimenti diretti nel continente africano. I paesi dell’Africa Occidentale malgrado la ritrovata autonomia mantengono la moneta, che cambia però il nome in un meno problematico “Franc de la Communauté Financière Africaine”, con la sigla che resta invariata. Le nazioni che aderiscono alla moneta sono federate in due banche centrali: la BCEAO (Banca Centrale degli Stati dell’Africa Occidentale) e la BEAC (Banca degli Stati dell’Africa Centrale).  Oggi i paesi della zona CFA sono tenuti a versare il 50% delle loro riserve monetarie in un conto presso il Tesoro francese, che come contropartita garantisce la convertibilità della moneta in euro e la fissità dei cambi, con 1 euro che oggi vale 656 Franchi.

Al giorno d’oggi nelle ex colonie francesi si assiste ad una nuova ondata di scetticismo intorno alla moneta e si sprecano le accuse (alcune in realtà più fantasiose di altre) di strozzare le economie locali. Dalla Francia si respingono in maniera infastidita queste accuse, ma alcuni fattori sono logicamente incontrovertibili. Innanzitutto, il cambio fisso lega le sorti dei due blocchi di nazioni. Per sintetizzare il concetto potremmo dire che se l’euro dovesse subire un rafforzamento, il franco CFA seguirebbe. In questo modo le già deboli esportazioni dei paesi in via di sviluppo della zona CFA andrebbero a picco. Al contrario per imprenditori europei che dal primo gennaio 2002 possono più facilmente investire nella zona (la maggioranza proviene ancora dalla Francia come il noto finanziere Vincent Bolloré), il tasso fisso rappresenta una garanzia e l’eventuale sortita dei loro capitali potrebbe costituire un impoverimento dei paesi che li ospitano. Ed è così che 14 paesi africani si trovano in un sistema che offre un’innegabile stabilità e forse protegge dall’ inflazione, ma che oltre a dare una moneta troppo “forte” per paesi poveri che alcuni percepiscono come un freno allo sviluppo, ha vaste implicazioni simboliche a causa del passato coloniale dei paesi aderenti.

L’Europa si ritrova quindi nel momento più delicato della sua storia unitaria a dover fare i conti con due tipologie di Africa che bussano alle porte: quella dei migranti, che arrivano da tutto il vecchio mondo coloniale, e quella di chi, sentendosi svantaggiato, chiede spiegazioni del perché una parte del benessere che ha origini nella loro terra natale compia la stessa rotta dei migranti stessi.

Joel Paqui


Bibliografia:

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