Una macchietta per un filmetto: il Berlusca secondo Loro 2

Si deve fare una premessa prima di parlare di Loro 2: tutti noi ci aspettavamo un salto, un volo d’aquila, un grande film che non c’è stato. Perché non è un film di Sorrentino: è alla Sorrentino.

Cosa davvero spiacevole perché la vita del Cavaliere è ricca di spunti, arabeschi, ironie, intelligenze e furbizie, comicità e difficoltà mischiate a voglia di farcela. Il Bunga Bunga non è che il risvolto di una vita: centrare tutto su questo aspetto indica una povertà intellettuale che si riflette nella sciatteria della messa in scena.

I balletti, le pose dell’ape regina Smutniak, della Tamara (la brava Axen) e della nuova arrivata Alice Pagani nel ruolo di Stella non regalano che affettatezze. La ripetizione non giova ed è maschera mal fatta di debolezza drammaturgica.

Sorrentino non ha dato l’interpretazione di una vita: ha preso dei fatti e dei tratti per renderli schizzi, ispirato da frasi e citazioni di giornale e non fa spiccare il volo alla caratterizzazione. La sceneggiatura soprattutto è il male del film perché serve male Servillo, costringendolo alla monotonia e a forzare i gesti per creare il fantasma del sorriso del reale Berlusconi. Peccato che il risultato risulti vuoto, grottesco, a volte inebetito dalla mancanza di convinzione.

Non salvano il film le scene più aggressive o i risvolti felliniani. Lo scontro con la Lario avvelenata è veemente al punto giusto ma si diluisce subito per quello stacco brutale che ci porta all’Aquila terremotata.

Nell’ultima parte c’è voglia di poesia ma non v’è altro che poeticismo col Cristo di marmo estratto dalle macerie, riferimento ad una Grazia lontana in simmetria con la dentiera della vecchina che il premier incontra tra gli sfollati.

Tra le note positive di questa seconda parte di un dittico andato a male il balletto sexy e simpaticissimo sulle note esaltate di Meno male che Silvio c’è.

Dobbiamo insomma dar ragione a Lele Mora, intervistato di recente, che fece notare già in relazione alla prima parte la lontananza dalla realtà, la mancanza di ironia, il risvolto affettato e la lontananza del personaggio dalla persona, senza nemmeno la forza poetica della trasfigurazione.

Progetto deforme e squilibrato, il dittico non ha forza propria: il fulcro è mal rappresentato e la sua corte resa vilmente, senza spessore alcuno eccetto che per la Lario della Ricci. 

Antonio Canzoniere

 

 

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