Turchia: insopportabili colpi all’istruzione

Al mondo d’oggi spesso dimentichiamo l’importanza dell’istruzione, perché non abbiamo tempo oppure semplicemente abbiamo qualcosa di meglio da fare. Dimentichiamo quanto sia importante crescere culturalmente grazie a qualcuno che può esserci da guida, dimentichiamo che la parte importante dell’istruzione non sono solo i professori, ma anche gli studenti. Ricordiamo solo quando tocchiamo il fondo che dovremmo porre più attenzione su certi aspetti della società: scuole, rispetto, insegnamento, ricerca, cultura e informazione. In un paese civile, e non dico democratico, abbiamo il dovere di rispettare e tutelare il diritto alla conoscenza, il diritto di esprimersi, di dibattere per capire e non per insultare.

In Turchia, attualmente, tutti questi diritti vengono calpestati ora dopo ora, giorno dopo giorno, Erdogan sta portando avanti un processo di eliminazione dei diritti di libertà di stampa e accademica licenziando professori o incarcerandoli, così come gli studenti, gli attivisti, i giornalisti, gli scrittori o chi semplicemente alza troppo la voce. Solo così uno stato autoritario, se non totalitario, può sopravvivere, solo così Erdogan può mantenere il controllo del paese.

Esattamente dal Luglio dell’ormai lontano 2016 o meglio dopo il tentato golpe turco, il governo ha iniziato una campagna di repressione nei confronti di tutti coloro che rappresentassero una minaccia all’idea politica del capo del governo, una repressione che ad occhio nudo può sembrare una caccia al terrorista, al colpevole del golpe. In realtà i piani di Erdogan sono ben altri.

Tornando ai fatti più concreti, dopo il tentato golpe il governo turco ha emanato un decreto d’emergenza, il quale non necessita di alcuno scrutinio parlamentare o la possibilità di appello alla Corte Costituzionale, per riportare la situazione alla normalità. La normalità comprende più di 150.000 funzionari pubblici dimessi dalla propria carica. 5.800 professori hanno perso la cattedra o sono stati semplicemente licenziati, di cui almeno 378 sono gli stessi che hanno firmato la petizione nel Gennaio del 2016 per frenare le sanguinolenti operazioni militari turche nel sud-est del paese al confine con il Kurdistan. Coincidenze?

I vari licenziamenti hanno prima di tutto peggiorato le condizioni di vita di molte famiglie. I sospettati non posso trovare lavoro una volta licenziati, o almeno per loro è veramente difficile. Ed oltre alla perdita di uno stipendio mensile fisso, perdono copertura sanitaria. Se la situazione è la seguente perché non fuggono? Perché viene revocato ai soggetti sotto indagine sia il passaporto e bloccato il conto bancario. Sbattendo così la porta in faccia alla fioca speranza di continuare a vivere in un altro paese.

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Nelle università pubbliche e private i dipartimenti, a corto di personale, non riescono a mantenere il costante funzionamento della didattica. I professori rimasti sono sovraccarichi di lavoro e questo incide sul percorso formativo degli studenti. Difatti molti non sono riusciti a laurearsi e altri addirittura nemmeno ad iscriversi.

La paura serpeggia nelle università più prestigiose del paese, paura dovuta al controllo del governo sempre più invasivo e restrittivo. Gli studenti come i professori sono mira delle violenze e delle repressioni governative. I direttori dei diversi dipartimenti invitano a non trattare argomenti “troppo sensibili” o di non avventurarsi in ricerche troppo invasive. In modo tale da non informare i ragazzi su quello che veramente li circonda, le brutalità vengono messe in un angolo buio non visibili alla coscienza perché altrimenti senza ombra di dubbio qualcuno alzerebbe sempre la voce. L’intervento diretto in ambito educativo mostra la volontà di avere un maggiore controllo, alle radici, sulla popolazione e frenare sul nascere le rivolte contro il regime.

Clima di terrore, abusi, la fine del diritto di espressione e di critica stanno pian piano portando alla peggiore delle calamità culturali, l’auto-censura. Questo vuol dire che la paura sta sovrastando il coraggio, la volontà di cambiamento. Questo vuol dire che a volte c’è troppo da perdere e si decide di rimanere in silenzio. Erdogan con la sua politica del terrore è arrivato ad influenzare il pensiero di molti intellettuali e studenti. Un ragazzo dichiara, ad un intervistatore di Human Rights Watch, con il volto più che spaventato, privo di speranza: “La paura e l’auto-censura sono come del fumo. Filtrano ovunque, dappertutto e divengono sempre più densi giorno dopo giorno. Non riusciamo più a respirare. Soffochiamo.”

Oscar Raimondi


Foto in copertina: Reuters/Umit Bektas

https://www.hrw.org/news/2018/05/14/turkey-government-targeting-academics

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