E “Loro” dove vanno? Il limbo lussurioso e sorrentiniano del Berlusca

Oggi uscirà la seconda parte del dittico di Sorrentino sul Silvio nazionale ed il primo atto di Loro ha lasciato delle mine promettenti da far esplodere nel seguito, di cui si parlerà a tempo debito.

Il fulcro del film non è semplicemente il Cavaliere ma la sua cerchia, romanzata a dovere, ricoperta di una salsa scorsesiana. The Wolf of Wall Street, come molti hanno osservato, non è lontano. Si procede secondo la triade sesso-droga-potere con una citazione letterale ma piuttosto simpatica nella scena della festa in Sardegna.

La prima metà si alterna tra forti toni narrativi serrati e un grottesco rarefatto, segnato dalla fotografia elegantissima di Luca Bigazzi. Centrali risultano essere Sergio Morra (Scamarcio che ricorda Tarantini), la squillo Kira della Smutniak, la compagna di lui Tamara (Euridice Axen) e l’ambizioso parlamentare Santino Recchia (un Bentivoglio raffinatissimo e patetico).

Tutti loro sono pianeti che girano attorno a Lui, lontano e presentissimo, amato e odiato, con il volto di Servillo che condensa introspezione e sberleffo da maschera della Commedia dell’Arte.

Nella sua roccaforte sarda il Premier fa un effetto straniante, con un volto più lungo del reale, ricostruito su quello del suo attore che si slancia in un milanese ben impostato e sa come sferrare dei tiri mancini.

Silvio si fa vedere per la prima volta con un burqa dorato, pronto a divertire la Lario di Elena Sofia Ricci, velleitaria e stanca del suo quotidiano. Ma già qui si vedono i segni dell’inquietudine del protagonista pronti ad esplodere: il richiamo delle sirene troieggianti è irresistibile.

In questa parte del dittico c’è più intimità che Potere, più sesso che intrigo ed è la parte concentrata tra il Berlusca e la Lario ad attrarre di più. Contarello e Sorrentino puntano a mostrare i rapporti, non le dominanze politiche, lavorando pure nei personaggi di contorno come il tanto osannato Dio, fantasma ed espressione delle perversioni di un intero ambiente.

Questo spaccato s’infarcisce di incursioni animali fantastiche come quelle de La Grande Bellezza o The Young Pope, come se fossero presagi della fine cui tutta quella corte sarà condotta. Non è possibile per adesso parlare definitivamente e pontificare sul valore del film in toto: i sospetti e le intuizioni dovranno essere approvati o smontati solo con l’ultima parte.

Fellini è distante, molto più familiari sono i confini della soap opera, asciugata e trasfigurata con uno stile patinato e fotogenico, che fa pensare tanto una versione moderna e limata delle luci di Ennio Guarnieri più che di Gianni Di Venanzo.

Vedremo quindi che cosa Sorrentino ci ha preservato per il gran finale.

Antonio Canzoniere

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