Ancora Cento passi

Quando Peppino Impastato è morto aveva trent’anni; oggi la sua morte ne compie quaranta.
Peppino, però, non è morto, altrimenti questa sarebbe semplicemente una storia triste raccontata di tanto in tanto. Peppino è stato ammazzato, non dal tritolo che circondava il suo corpo, non dalla mano di un solo uomo, è stato assassinato dalla mafia e la sua storia deve essere raccontata ogni giorno, ogni anno, ad ogni nuova generazione, perché di Peppino hanno ucciso il corpo, ma hanno, purtroppo per loro, alimentato le idee, che oggi sono conservate nella mente di talmente tante persone, che neanche entrerebbero nello spazio di Cinisi, quel paesino vicino Palermo che gli diede la vita e gliela tolse brutalmente

Il 9 maggio 1978 furono due i corpi che vennero ritrovati: uno era il suo, ormai quasi irriconoscibile e che subito fu additato dalla stampa come tragico epilogo di un attentato e poi come un suicidio; il secondo corpo era quello dell’onorevole Aldo Moro a Roma, 55 giorni dopo il suo sequestro. Chi mai avrebbe notato una pecora nera di famiglia mafiosa, contro la quale si era ribellata per tutta la vita e dalla quale veniva considerato di sangue pazzo, che viveva in un piccolo paesino della Sicilia, davanti ad un evento così sconvolgente come la morte di un onorevole nella capitale italiana?
Quella mattina gli abitanti del paese si svegliarono con un uomo in meno, ma con la possibilità di avere molto più coraggio. Eppure decisero di non coglierla e rimanere nascosti nella calda e apparentemente accogliente ombra che la mafia aveva creato per loro. Chi venne al suo funerale non furono i suoi compaesani, i vicini di casa gli voltarono le spalle come per ripagarlo di ciò che lui aveva fatto con la sua famiglia e quindi con tutto il paese. Vennero però giovani da tutta la Sicilia: loro sì che avevano colto in corsa tutta la forza di Peppino e non avevano intenzione di farla morire crudelmente e nel silenzio come era successo a lui. Quei giovani occuparono ogni angolo di Cinisi, rompendo il silenzio mafioso condiviso dagli abitanti, ma non quello che si dovrebbe mantenere ad un funerale.

Cento passi, cento passi ci sono da casa nostra. Vivi nella stessa strada, bevi nello stesso caffè, alla fine ti sembrano come te.”
(dal film
I cento passi)

L’eredità che inconsapevolmente Peppino ci ha lasciato va oltre il coraggio e l’audacia e anzi quasi vi si oppone. Quello che ho sempre amato e stimato di Peppino Impastato era questo suo essere un piccolo uomo a cui tutto e tutti dicevano di lasciar correre, di abituarsi, di rassegnarsi e far finta di niente, come loro, i tutti; questo suo essere un essere umano, un uomo normale, che avrebbe potuto scegliere la via più semplice, ma che ha scelto quella più giusta e difficile: essere umano. Di Peppino non riesco a togliermi dalla testa quelle parole, con cui sostiene che i mafiosi sono ovunque e che spesso non li possiamo riconoscere. Questo lo so bene. So bene come i mafiosi non siano degli esseri strani che possiamo riconoscere a distanza, come forse ci fanno un po’ troppo credere i film o i libri o le storie a riguardo. I mafiosi sono esseri umani, o meglio sono esseri viventi, ma non sono umani come noi, soprattutto non sono come noi. Non sono come noi soprattutto quando facciamo nel nostro piccolo ciò che Peppino Impastato voleva fare nel suo piccolo, ma alla fine ha fatto in grande. Eppure non riusciamo a riconoscerli, anche se forse potrebbero avere il nostro stesso volto: potrebbero essere i nostri vicini di casa o quell’uomo che vediamo sempre seduto al bar del quartiere a volte, potrebbe essere accanto a noi ad una festa di paese o dentro le macchine scure che a volte vediamo ferme di notte al buio in qualche strana strada di montagna.

Penso che se non sappiamo riconoscere chi sono i mafiosi, se non sappiamo riconoscere i loro corpi, i loro volti e distinguere loro nomi, allora possiamo distinguere chi non sono i mafiosi e distinguerci per non essere mafiosi.

Grazie Peppino.

Martina Moscogiuri

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