T2: Come fare un sequel e vivere felici

Febbraio 1996 – in Gran Bretagna esce Trainspotting.
Febbraio 2017 – Trainspotting 2 viene presentato al festival del cinema di Berlino.
Dopo 21 anni, l’attesa è finita.

Nonostante la buona accoglienza a Berlino, prima ancora che esca in Italia appaiono già i primi commenti negativi. La fiducia comincia a vacillare. Ne varrà la pena? E se rovinasse i personaggi del primo? E se …

E se invece fosse riuscito? Questa è la domanda da porsi e la risposta, sia lodato il Cinema, è un pieno e liberatorio sì.

Il rischio di un film ripiegato su sé stesso, senza forza o idee nuove era dietro l’angolo. Eppure Danny Boyle, insieme allo storico sceneggiatore di “Trainspotting”, John Hodge, ha saputo creare un’opera completa. Senza giustamente tralasciare il precedente, che anzi ritorna ossessivamente sotto forma di piccoli spezzoni sparsi lungo le due ore di durata.


Già dalle prime inquadrature si capisce che sarà tutt’altro rispetto alla caotica e rivoluzionaria energia del primo. Sono passati vent’anni, i protagonisti non sono più ragazzini allo sbando con un futuro incerto. Adesso sono uomini, mantengono lo sbando, ma non hanno più il futuro.

Trainspotting 2

Ci troviamo di fronte a un “Trainspotting” crepuscolare, dalle atmosfere cupe, sottolineate da una colonna sonora particolarmente adatta. All’eroina si sostituisce un’altra droga, che crea una dipendenza ancora più forte e universale: il Passato. Così Renton viene definito un “turista” nella propria giovinezza da Simon (“Sick Boy”) in uno dei momenti più significativi.

Veronika, il personaggio più interessante del film, osserva divertita questa loro nostalgia e glielo fa notare, in sloveno, in una sequenza delirante.

Infatti, questo secondo capitolo non manca di scene assurde, come quella emblematica in cui Renton e Simon si ritrovano a improvvisare una canzone anti-cattolica in uno strano locale, dove ancora si celebra la vittoria del protestante Guglielmo d’Orange contro i cattolici irlandesi nel 1690.

Il tutto sottolineato da una regia ispiratissima di Boyle, che fa uso di ogni nuovo mezzo a sua disposizione per esprimere al meglio lo straniamento, dalle telecamere di sicurezza agli smartphone. Evitando così di “copiare” lo stile tecnico del primo per renderlo più “familiare” da quel punto di vista.

L’obiettivo principale non era quindi replicare ciò che era stato o aveva significato per quella generazione “Trainspotting”, ma dare un senso e soprattutto una chiusura ai personaggi. Su questo Boyle e Hodge hanno lavorato più che bene, approfondendo in particolare la figura di Spud, già in precedenza uno dei più interessanti del gruppo, che qui diventa una sorta di alter ego dello scrittore Welsh.

Ma è Veronika la vera nota positiva. Simile a Diane, che rivediamo qui nelle vesti di un’avvocatessa di successo, rappresenta paradossalmente lo sguardo obiettivo e distaccato che mostra l’ordinario squallore delle loro vite.

“Il mondo cambia, anche se noi no”, dice Begbie a un certo punto. Come lo slogan di “choose life”, l’inizio cult di “Trainspotting”, che qui si aggiorna con i simboli del nostro tempo (e infatti è uno dei momenti che funziona di più), ma rimane chiaramente legato a quel gruppo e al contesto del film precedente.

Il finale poi è la perfetta chiusura del cerchio. Da “Lust for Life” a “Lust for Life”, nel primo in apertura, qui nell’ultima scena. La cameretta di Renton è sempre la stessa, il giradischi anche. Rimane quella voglia di abbandonarsi, come a vent’anni. Parte “Lust for Life”, Renton si lascia andare e la camera si allunga, diventa un treno ad alta velocità e stop. Il film finisce e a noi rimane una strana sensazione di vuoto ed eccitazione a cui non eravamo pronti.

Claudio Antonio De Angelis

 

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