Internet, censura e dintorni – Dibattito con Arturo Filastò

Nel mese di marzo il Tor Project ha organizzato un meeting con alcuni fra i suoi sviluppatori. Dopo anni di interesse, finalmente ho potuto dare un volto a tutti gli attivisti e informatici che vogliono rendere Internet un luogo davvero libero, dove possa regnare la libertà di espressione e dove la privacy di ognuno venga tutelata seriamente. È qui che incontro Arturo Filastò, founder e sviluppatore di OONI, un progetto open-source legato a Tor. Dopo averlo contattato, sono riuscito ad incontrarlo.
Le righe seguenti sono il prodotto del dibattito avvenuto.

Come descriveresti OONI? Di cosa si occupa nello specifico il vostro progetto?

OONI (Open Observatory of Network Interference) è un progetto di misura della rete. Ossia, tramite il nostro software ooniprobe, è possibile fare delle misure sulla propria rete Internet per verificare se siano presenti alcune interferenze di rete. I test che facciamo esaminano diversi aspetti del controllo delle informazioni, fra cui un test che si occupa di capire quali siti web sono censurati e come sono censurati.

Che cosa intendi per censurati?


Il tuo fornitore di servizi internet (ISP – Internet Service Provider) o il tuo governo potrebbero aver deciso che quel sito debba essere oscurato per vari motivi.

Come thepiratebay in Italia?

Esatto. E’ da notare il fatto che thepiratebay.org sia bloccato solamente in Italia. Stessa cosa fanno per siti di gioco d’azzardo che non sono approvati dall’AAMS.
La rete Internet si pensa sia questa cosa universale, nel senso che ovunque ti colleghi ad Internet hai sempre la stessa Internet, ma la realtà è molto più frammentata. In base a dove ti trovi avrai un sottoinsieme di tutta la rete. Ogni provider di servizi o ogni stato cerca di applicare le sue regole. Che sono solo un intralcio alla fine. Che un sito venga bloccato su base DNS è molto poco efficace. In molti casi è sufficiente cambiare resolver DNS, mettendone un altro che non applica censura e così si aggira il blocco.

Il problema consiste nel capire quante persone siano tecnicamente in grado di farlo. Magari per me e per te potrebbe essere semplice, il cittadino comune non sa nemmeno cosa sia un DNS…

Esattamente. Di fatto il risultato è che si crei una società divisa, in cui ci sono persone che hanno accesso a più informazioni – ossia quelle che hanno la competenza tecnica per poter aggirare il blocco che lo stato impone – e altre persone di serie b che hanno accesso solamente ad una parte di queste informazioni.

Come siamo messi in Italia? Esiste la censura per motivi politici?

In Italia per il momento non abbiamo avuto casi di censura politicamente motivata. Fatto sta che l’infrastruttura tecnica per implementare questo tipo di censura esiste e le leggi sono abbastanza lasche da questo punto di vista, per cui sarebbe possibile tecnicamente usare il codice italiano per bloccare contenuti politicamente scomodi.

Però è abbastanza sconcertante il fatto che in Europa, e in particolare in Spagna, ci siano stati dei precedenti molto recenti di censura politicamente motivata…

Sì, di recente abbiamo avuto un caso in Spagna, poco lontano da qui, dove siti legati al referendum catalano sono stati bloccati da tutti i provider spagnoli ed è stato fatto un vero e proprio takedown dei siti dietro il dominio .cat. E il tutto è stato orchestrato con metodi non propriamente democratici. Questi erano siti che promuovevano il referendum e diffondevano informazioni su come poter partecipare. Nessuno pretendeva di fare il referendum tramite quei siti web, si trattava solamente di pagine con contenuti informativi.

Il problema è enorme: sono stati censurati siti web che diffondono idee e nient’altro. La notizia mi ha fatto riflettere. Il fatto che venga promosso un referendum che potrebbe non essere conforme con la legge non implica il non poterlo fare materialmente. Esiste la libertà d’espressione e va tutelata.

Prendiamo i casi di hate speech ad esempio. Facebook e Twitter hanno deciso di vietare i discorsi d’odio. Il problema consiste nel fatto che non è ben definito cosa sia un hate speech. “Mario mi sta sul cazzo” è hate speech? In teoria no. E’ hate speech quando si fa un’affermazione antisemita? Sì, quello sembrerebbe di sì. E’ hate speech un’affermazione contro una persona omosessuale?
Quello che intendo dire è che prima o poi diventa ambigua la cosa.

In questo caso si entra in ambito linguistico (e anche filosofico) e il punto vero è che non puoi ben distinguere cosa sia hate speech da cosa non lo sia. Come si può tracciare il limite sorpassato il quale si entra in ambito hate speech? Non puoi farlo, non puoi deciderlo.

Probabilmente non è il caso di deciderlo. E’ complicato. Nel momento in cui tu apri questa porta, ossia decidere quale tipo di informazione debba passare e quale no, è in un certo senso una vulnerabilità del sistema, che può essere sfruttata anche per fini politici. Su Twitter in particolare ci sono stati molti casi di account di attivisti bloccati per un certo periodo di tempo perché sono state trovate affermazioni che potevano essere interpretate come hate speech o una violazione delle regole interne del social.
In questi casi, in seguito a segnalazioni in massa dell’account, il profilo viene bloccato anche per diversi giorni (e poi riattivato, anche se il danno è bello che fatto).

Ormai gran parte della nostra vita si svolge su Internet. Sviluppare e usare software libero potrebbe assumere una valenza di libertà anche generale. Perché hai deciso di rendere OONI free e open-source?

OONI nasce dalla necessità di portare maggiore trasparenza e principi, presi dal movimento del software libero, all’interno di un contesto di misura della rete Internet, finalizzata a scoprire la presenza di censure. Prima di OONI c’erano già altre iniziative che si occupavano di monitorare la censura Internet nel mondo. Erano, però, avviate principalmente da studenti di scienze politiche o indirizzi prettamente umanistici e quindi l’analisi – anche quando aveva componenti tecniche – si limitava a fornire dei dati abbastanza insoddisfacenti per chi era interessato ai tecnicismi. L’idea consiste nel voler capire effettivamente in che modo – se presente – la censura stia avvenendo: se è una censura Internet su base DNS, se c’è un proxy http trasparente, se il traffico censurato è solamente quello sotto il protocollo https oppure no e così via. Dato questo come contesto, abbiamo deciso che fosse importante creare una metodologia aperta, specificata sia in modo “verbale” che nel codice e da qui la necessità che quest’ultimo sia aperto, così che tutti possano verificare che la tua implementazione sia effettivamente consistente con quanto definito nella specifica. Altro importante aspetto è quello dei dati: tutti i dati raccolti con OONI sono pubblicati come open-data. Tutto il processo è verificabile in modo non ambiguo da qualsiasi “terza parte”. Lo scopo è quello di portare, in questo ambito di ricerca, il concetto di “riproducibilità”. Perciò avere software libero è estremamente importante.

Oltre a poter contribuire al codice – essendo OONI open-source – in che modo le persone comuni possono aiutarvi? Installare ooniprobe è rischioso?

I rischi finora sono solo di carattere speculativo. Non abbiamo notizia o informazione di nessuno che sia mai finito nei casini per aver utilizzato uno strumento come OONI. Sono delle ipotesi. Abbiamo avuto una consultazione con degli avvocati di Harvard, che hanno fatto un’analisi di tutti gli eventuali rischi e hanno cercato di capire, in base al paese dove ti trovi, quanto tu possa essere a rischio o meno – sempre speculativo s’intende. Cerchiamo di mantenere un contatto comunque molto diretto con le comunità locali che si occupano di questi temi. Detto ciò pensiamo che sia importante che ci sia consenso informato, che va al di là dell’avere pagine e pagine di terms of service e policy con un checkbox alla fine con scritto “accetto”. Pensiamo sia importante che le persone sappiano esattamente quello che stanno facendo.

Claudio Migliorelli

 

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