Diario di un sogno razionale

Ore 10.00: Mi sveglio. Il tempo è come il mio umore: non dei migliori. In testa come un disco rotto La leva calcistica della classe ‘68 di De Gregori. Decido di non accendere il cellulare, il televisore e di non leggere il giornale: a farmi compagnia durante la colazione ci sarà un vecchio cruciverba incompleto.

Ore 12.30: La mia ricerca tra gli scatoloni giunge al termine. In mano ho la bandiera giallorossa. La stessa bandiera che come un abbraccio mi avvolgeva il 17 giugno 2001, giorno del terzo scudetto. Azzardo un proibitivo paragone tra la squadra di allora e quella di adesso, ma questo gioco mi demoralizza e mi appiglio all’unico filo conduttore: il mister Eusebio Di Francesco. Decido di metterla sul balcone e fare la mia parte anch’io, colorando la città come richiesto. Mi affaccio, ma non vedo nessun’altra bandiera sventolare. Tentenno sul da farsi. Possibile che già non ci crediamo più? Possibile che ci siamo arresi prima di cominciare? Magari è una cosa ristretta solo al mio campo visivo. Faccio una lunga passeggiata, ma riesco a vedere solo un paio di stitiche bandiere…un segnale non positivo!

Ore 16.00: Sono in cucina con mia madre. In televisione un tutorial sul make up. Come un fulmine al ciel sereno arriva, una scarica che non ti aspetti: è l’ansia pre-partita. Capisco che tra poche ore sarò allo stadio, a sostenere una squadra data per spacciata già dal sorteggio dei gironi, che senza il suo Capitano si sarebbe smarrita, condotta allo sbaraglio da un allenatore inadeguato e che invece ha compiuto un cammino straordinario ed è a 90 minuti da un sogno impensabile. A dividerci da tutto ciò 3 gol. 3 gol da fare a un avversario battibile, con una difesa traballante e fatali cali di tensione, ma con un gioco che si è rivelato essere la nostra kryptonite. Mi sento un privilegiato.

Ore 18.45: Ormai sono un corpo composto da ansia e adrenalina. È giunto il momento di prepararsi. Mi vesto con la stessa concentrazione di chi deve scendere in campo. Il mio outfit è: tuta nera As roma stagione 2009-2010, maglia a manica lunga con scritto Roma, sopra la maglia di allenamento stagione 2014-2015, sciarpa con scritto “La Roma non si discute. Si ama.”, giaccone e scarpe rigorosamente vecchie, perché si sa allo stadio tutto può succedere! Anche mio padre è pronto, ci siamo: è tempo di andare!

Ore 20.05: Arrivo allo Stadio Olimpico. Poco meno di un mese fa ero lì vestito in giacca e cravatta a esporre la mia tesi sul branding negli sport a squadre, adesso canto in tuta a squarciagola con le mani al cielo “c’è una ragione…ho la Roma in fondo al cuore… As Roma io non vivo senza te”. Per colori, odori e rumori, l’Olimpico non è uno stadio, somiglia a una fornace, qualcosa simile a un vulcano in eruzione.

Ore 20.25: Le squadre scendono in campo per il riscaldamento pre partita, ma la partita è già cominciata sugli spalti: You never walk alone contro Voglio solo star con te, la versione inglese di Un giorno all’improvviso contro Forza roma, forza lupi. Mohamed Salah prende palla e tira, lo stadio lo riempie di fischi. E’ un’accoglienza calda, decisamente troppo, per il nostro ex-giocatore che sta vivendo una stagione straordinaria, condita per altro con una doppietta e due assist nella partita di andata. Non è però lo stesso Salah che ricordo giocare nel giorno della partita d’addio al calcio di Francesco Totti, sia fisicamente sia mentalmente, segno che l’allenatore del Liverpool Jurgen Klopp ha fatto un ottimo lavoro su questo ragazzo.

Ore 20.38: Risuonano le prime note di Roma Roma. Lo stadio è tutto in piedi a cantare con le sciarpe stese. Timidi fischi dal settore ospiti, silenziati dal testo di Venditti. Finito l’inno, le sinapsi di 60.000 persone si sono connesse tra di loro, lavorando alla produzione di un solo pensiero: CREDIAMOCI!

Ore 20.55: Gol del Liverpool. Un errore di Nainggolan a centrocampo regala palla agli avversari che siglano il gol che gela lo stadio e taglia le gambe a una possibile rimonta. 

Ore 21.00: 1-1. Autorete di Milner. Lo stadio si riaccende. Si può fare!

Ore 21.11: 1-2. Altro regalo giallorosso e il Liverpool si riporta in vantaggio. Nello stadio riecheggiano solo i cori dei tifosi inglesi che si apprestano a disputare la loro ottava finale. Quello che ho provo, però, è amore e come tale bisogna stare vicini nelle vittorie e ancor di più nelle sconfitte.

Ore 21.55: 2-2. La Roma inizia la ripresa con la giusta mentalità, il Liverpool no e Dzeko riporta il risultato sul pari. Indicatore che non andremo in finale, ma almeno proveremo a uscire dallo stadio a testa alta.

Ore 22.29: 3-2. La Roma passa in vantaggio con un tiro vincente dal limite di Naingollan. Sugli spalti si esulta. In campo no. E’ troppo tardi.

Ore 22.36: 4-2. Naingollan è autore di una doppietta, trasformando un calcio di rigore al terzo e ultimo minuto di recupero. La partita finisce. La Roma, nello stesso giorno in cui una cerentola del calcio come il Leicester è riuscita a trionfare nella Premier League, non è riuscita a compiere un’impresa degna di entrare nell’epica calcistica. Riecheggia Grazie Roma. La gente con uno scrosciante applauso accompagna i ragazzi negli spogliatoi, autori di una vittoria di cuore e carattere.

Ore 22.56: L’immagine che vedo richiama l’ossimoro. Un fiume di gente che si riversa nelle loro case, dal quale ci si aspetta un fragore o comunque un vociare vivo e invece si sente solo un timido brusio. C’è chi parla di alcuni rigori sacrosanti non dati dall’arbitro, chi definisce il Liverpool la squadra peggiore che la Roma potesse pescare. Certo è che in tutti i tifosi alberga la stessa amarezza di chi sa di aver sprecato un’occasione che difficilmente nell’immediato si potrà ripetere. Bastava non prendere uno dei 7 gol tra andata e ritorno e tra disattenzioni e scelte tattiche c’è l’imbarazzo della scelta.

Ore 00.54: Sono nel letto, pronto a dormire. Una canzone mi frulla nella testa e non vuole andarsene. E’ La dura legge del gol di Max Pezzali. Spero non sia la colonna sonora della giornata di domani!

 

Marco Paoloni

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