Perché il Nuclear Deal deve interessarci

Negli ultimi giorni si sono susseguite dichiarazioni di vari esponenti politici sulla presunta non osservazione del Nuclear Deal da parte dell’Iran. In un discorso che ha provocato non poche reazioni: Netanyahu, primo ministro dello Stato di Israele, ha accusato l’Iran di non rispettare gli impegni presi e di condurre segretamente un programma atomico. Israele ha inoltre invitato gli Stati Uniti a rivedere lo sblocco delle sanzioni, concesso dopo l’entrata in vigore dell’accordo nel gennaio del 2016.

Per capire di cosa tratta il Nuclear Deal e quanto difficilmente si è giunti ad esso, bisogna prima comprendere la complessità della situazione politica e religiosa iraniana.

Dopo la rivoluzione del 1979 e con la fuga dello Scià negli Stati Uniti, in Iran fu messa in atto la dottrina, ideata da Khomeini, del Velayat-e Faqih, che incarica il giurista musulmano a sovrintendere ad ogni azione del Parlamento affinché si conformi alla corretta interpretazione della shari’a data dallo stesso giurista (faqih). La costituzione iraniana istituisce così la figura della Guida Suprema che, nonostante le garanzie costituzionali date alle altre istituzioni, controlla la vita politica e religiosa del paese con ampi margini di libertà. Questo sistema fece molto affidamento sulla figura carismatica dell’Ayatollah Khomeini, il quale, oltre ad incarnare la figura del padre della patria, utilizzò per legittimarsi ulteriormente una retorica anti-statunitense e l’idea della rivoluzione in continuo pericolo.

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Con la morte di Khomeini nel ‘89, il suo successore Khamenei ebbe, durante i suoi quasi trent’anni di potere, non poche incomprensioni con i vari presidenti in carica che vennero accusati di cercare di riformare troppo il sistema. Quando nel 2013 fu eletto Presidente Rouhani, l’Iran riversava in condizioni economiche e politiche difficili date soprattutto dal peso delle sanzioni internazionali e dal precedente ruolo presidenziale di Ahmadinejad, estremo conservatore e promotore del programma nucleare iraniano che aveva portato un ulteriore isolamento del paese.


La necessità di apertura verso i paesi occidentali fu subito chiara per il nuovo Presidente e nello stesso anno fu firmato insieme al P5+1 (Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito + Germania) e l’Unione Europea un piano d’azione congiunto fino ad arrivare all’accordo quadro sul nucleare nel 2015. Sia l’Ayatollah che il Presidente erano tuttavia titubanti riguardo alle condizioni a cui l’Iran doveva sottostare, ma fu proprio il primo sorprendentemente ad invocare il principio dell’ “Eroica flessibilità” necessaria per il bene del paese dimostrando reali intenzioni di cambiamento.

Teheran si impegnava permettendo controlli sugli impianti nucleari che venivano accusati di essere utilizzati per scopi militari, concedendo all’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica l’accesso periodico ad essi. In cambio ottenne l’impegno da parte degli altri Stati dell’ annullamento delle sanzioni legate al programma nucleare (e dunque non quelle legate ai missili, al supporto del terrorismo e la violazione dei diritti umani) e la riapertura graduale verso un mercato internazionale.

Ricordando il legame tra Iran, Siria e forze sciite in Libano ed aggiungendo l’incognita del dopo Khamenei (data la sua ormai anziana età), far saltare questo accordo significherebbe non solo creare un reale rischio di guerra, ma destabilizzare un’intera regione già provata da vari conflitti. Sebbene gli altri Stati firmatari abbiano prontamente respinto le accuse di Israele e difeso il documento considerandolo necessario, la Casa Bianca avrà tempo per chiarire la sua posizione entro il 12 Maggio. Il Capo supremo per gli affari internazionali iraniano ha già reso noto che, in caso di uscita statunitense, Teheran non resterà nell’accordo.

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Jovana Kuzman

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