Ci ritroviamo in un Sol Levante di fantasia dove nella città di Megasaki convivono la signoria feudale della famiglia Kobayashi, la tecnologia del futuro e l’odio rabbioso del potente clan per i cani. Gattari machiavellici, scatenano contro i loro nemici secolari una vendetta tremenda a suon di pestilenze con esilio finale su un’isola-discarica a largo della costa.

Peccato per i loro piani che il più giovane di loro, Atari, voglia far di tutto per ritrovare il suo cane e si ritrovi di fronte un gruppo molto speciale di prigionieri a quattro zampe.

Sulla terraferma, nel frattempo, uno scienziato ed una studentessa americana scatenano una protesta per salvare i cani ridotti al più brutale abbrutimento.

La stop motion non è estranea a Wes Anderson, texano beniamino dei cinefili e degli hipsters, visto che già con il suo adattamento di Fantastic Mr. Fox di Roald Dahl ha dimostrato scioltezza e versatilità. Si rituffa nel mondo animale, ma senza i colori dell’autunno inglese, lavorando su un suo soggetto originale e variando il cromatismo con fare forsennato.

Più di 240 di ambienti totali, con più di 800 personaggi ricreati plasticamente: i numeri di Isle of dogs sono alti quanto la sua qualità. Frizzante come lo champagne, coniuga i temi affettivi e familiari dell’autore con un senso estetico affamato di simmetrie e risvolti da grand guignol.

La struttura narrativa è classica ma corrosa da quell’eccentricità cosmopolita che avvicina il regista più allo spirito newyorchese che alla tempra texana. Importanti come voci e presenze quelle di F. Murray Abraham, Jeff Goldblum, Tilda Swinton, Harvey Keitel, Scarlett Johansson, Liev Schreiber, Greta Gerwig e Bryan Cranston.

Nel film l’azione lascia grande spazio alla tenerezza. Sotto l’umorismo raffinato si celano i racconti di tante solitudini raccontate con grande equilibrio. L’abbandono e l’abbrutimento sono la causa fondante del film e motivo della riscossa, illuminata non già dal finale ma dai momenti di comprensione, dolcezza, apertura tra i personaggi.

Le trovate e i legami da melò contribuiscono all’intrigo senza appesantirlo. La disinvoltura è d’obbligo con Anderson che ha come suo difetto quello di essere a volte troppo leggero, come il tocco di un uccellino che provi a beccare un grappolo senza riuscirci. Ma qui questo difetto non si trova. Ben fatto al regista e al suo film spumeggiante.

Antonio Canzoniere

 

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