California Rolls

La scorsa settimana in un articolo mi ero occupato degli ultimi momenti della vita di Yukio Mishima, uno degli scrittori più influenti nella storia del Giappone moderno. È obbligatorio scrivere “uno degli scrittori più influenti” e non “lo scrittore più influente” perché negli ultimi decenni si è affermato nel panorama letterario mondiale un altro gigante proveniente dal Paese del Sol levante: Haruki Murakami. Le M&M’s in salsa nipponica sono legati da poche somiglianze (oltre all’iniziale e al Paese d’origine c’è quasi nulla) e molte differenze, alcune letteralmente diametrali.

Se è vero che uno scrittore va giudicato in primo luogo per la sua scrittura, già qui Mishima e Murakami sono come il diavolo e l’acqua santa: il primo tende a descrivere la realtà in tono fiabesco, il secondo la fiaba in tono realistico. Ovviamente nella vastissima produzione letteraria di queste due macchine da romanzo ci sono un gran numero di eccezioni, ma la tendenza generale di entrambi e pressappoco questa.
Inoltre, e questa è la vera fondamentale differenza tra i due, gli scritti di Mishima si inseriscono pienamente nella corrente del grande romanzo della tradizione giapponese, mentre quelli di Murakami trasudano di una potentissima esterofilia di stampo anglofilo. Risulta paradossale che l’unico vero successore di uno scrittore morto suicida per non vedere il Giappone diventare una succursale dell’occidente sia così tanto legato all’occidente stesso.

“Una delle caratteristiche della cultura giapponese contemporanea è che in essa si riscontra un certo equilibrio tra le antiche tradizioni nazionali e la cultura moderna di origine occidentale. Noi giapponesi siamo talmente abituati a un intreccio di questo tipo che normalmente non ci facciamo più caso. Solo quando gli stranieri ci fanno notare che si tratta di una peculiarità del Giappone, […], acquistiamo piena consapevolezza del problema.”

Queste parole di Tadao Satō, il più grande studioso di cinema giapponese, ben spiegano come il “fenomeno” Murakami abbia radici profonde nella odierna società nipponica.
Sarebbe ingiusto e a tratti folle chiedere al Giappone di rinunciare a ciò che è moderno, in nome del suo glorioso passato. Tuttavia, è pur sempre vero che basterebbe che i Giapponesi si ricordassero più spesso chi sono, da dove vengono e – cosa ancor più importante – che ci piacciono principalmente proprio in virtù del fatto che sono Giapponesi, e in quanto tali possono portare una ventata di diversità nelle nostre librerie.

Haruki Murakami è come i California Rolls: quando sulla tavola viene portato questo rotolino di riso, surimi e avocado lo mangi convinto che sia giapponese, senza sapere che è un prodotto americano al 100%.
Nei primi anni ’60 arrivarono a Los Angeles molti cuochi giapponesi, che per sbarcare il lunario tentarono di importare il sushi, senza tuttavia incontrare i gusti degli Americani, troppo restii al pesce crudo. Così un cuoco, Ichiro Mashita, decise di sostituire il tonno con l’avocado, creando un piatto oggigiorno diffuso in tutto il mondo. Eccetto che a Tokyo, Osaka e zone limitrofe, dove non ha mai preso piede.


A partire dalle sue influenze letterarie, che spaziano da Raymond Chandler a Kurt Vonnegut passando per George Orwell e Richard Brautigan, lo stile di Murakami ha ben poco di giapponese, tanto da essere stato spesso e volentieri criticato e a tratti osteggiato in patria, nonostante poi la quantità di riconoscimenti ricevuti anche lì: i premi letterari  Noma per “Nel segno della pecora” nel 1982, Tanizaki per “La fine del mondo e il paese delle meraviglie” nel 1985 e Yomiuri per “L’uccello che girava le viti del mondo” nel 1985 sono segno di indiscusso talento, ma mai di una completa accettazione; i premi successivi gli saranno tutti conferiti negli Stati uniti, non raccogliendone più alcuno in patria.

Sia ben chiaro tuttavia che quanto detto fino a ora non intacca l’immenso piacere che si prova leggendo Murakami. Scopo di questo articolo è soltanto tentare di dare un tocco di consapevolezza in più al lettore nel momento in cui approccerà nuovamente ai suoi libri: quella di non avere tra le mani qualcosa di giapponese, bensì qualcosa di pienamente conforme ai nostri standard occidentali.
Il tono surrealista, malinconico e spesso fatalista dei suoi romanzi cosparsi di momenti kafkiani e delle tematiche ricorrenti di solitudine e alienazione sono ormai un patrimonio riconosciuto della letteratura mondiale. E – va detto – i California Rolls sono buonissimi.

Paolo Palladino

 

SITOGRAFIA:

https://www.nytimes.com/2007/06/10/books/review/McInerney-t.html

https://www.berkeley.edu/news/berkeleyan/2008/10/15_murakami.shtml

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