Arte a freddo? No grazie!

Ci si insegna ad amare l’arte come un voyeur ama la sua scena d’amore preferita e ne riceve una sensazione psicofisica dettata dal sentimento.

Ma sono i pochi gli addetti ai lavori che comprendono la base di questi ragionamenti che son tutti settecenteschi.

La concezione francese e diderotiana dell’arte mette la vista al di sopra di tutti i sensi in ex-aequo con l’udito. Qui sta la base del nostro godimento passivo e consumistico della pittura nella cornice dei musei che ci toglie qualsiasi vibrazione scatenabile dall’osmosi che avevano i vecchi proprietari delle opere, spesso commissionatori.

Figlio di questo ragionamento è pure il cinema strettamente narrativo, ormai da abbattere e rottamare, figlio di Griffith che aveva idee troppo letterarie e che hanno avuto risultato deleterio nei confronti delle sperimentazioni.

Il teatro non è da meno. Il nostro modo di fruirlo è francesissimo, gerarchico, creato in risposta a quello barocco italiano e popolare dove le barriere erano malleabili. Basti pensare che questo tipo di rappresentazione permetteva un’ironia, un gioco, una sincronia di affetti e reazioni, partecipazioni in cui il pubblico poteva unirsi, interrompere il tutto, ribellarsi o partecipare.

L’attore stesso poteva interagire con una nonchalance tale col pubblico da passare in un attimo dall’immedesimazione alla risposta contro lo spettatore irato, divertito o pronto a lanciare uova e frutta contro un interprete che si rivelasse “cane”.

Soltanto pochi comici nei nostri tempi hanno avuto questa bravura. Patrice O’Neal, pace all’anima sua, sia da esempio.

Questa passività è distrutta nei concerti musicali dove l’ebbrezza ci invade e trascende la divisione tra pubblico e cantante. Il che spiega come mai le giovani americane diventassero delle Menadi di fronte ad Elvis e rimanessero impassibili di fronte alla signorilità di Sinatra, frutto di altri tempi.

Se l’arte in tutte le sue forme potrà abbattere i limiti dettati tre secoli fa, ci ritroveremo in un livello di compenetrazione capace di emulare gli antichi, per cui tutto era espressione di un sentimento condiviso o di potere.

Questi nostri gusti freddi derivano da tempi come i nostri dove la forza eroica non è espressa. L’arte stessa è figlia del testosterone o del turbamento, è un linguaggio che trascende la logica ed esprime una Volontà.

Il “commerciale”, come insegna la grande studiosa Camille Paglia, può solo essere controbilanciato dall’arte e da uno stile che possa contrapporsi ad esso. Lo sbilanciamento, come stiamo vedendo, crea l’amore per il trash o la provocazione, simboli di decadenza.

La grande arte, ricordiamolo, appartiene a società gerarchiche e guerriere, unite nello Spirito e compatte contro i loro nemici. Cultura non è ciò che unisce ma ciò che discerne e dividendo esalta. È struttura e gioco con la struttura. E guarda caso, in tempi postmoderni come i nostri, che struttura è rimasta?

Antonio Canzoniere

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