Intervista a Davide Reviati

Dal 28 aprile al 1 maggio 2017 si è tenuta la 19esima edizione del Comicon di Napoli, durante la quale il fumettista Davide Reviati ha presentato il suo ultimo capolavoro: “Sputa Tre Volte”.
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Come ti è venuta l’idea di scrivere “Sputa Tre Volte”? Come l’hai sviluppata?

Allora, l’idea per me di solito nasce molto spesso da un sentimento di empatia, verso il personaggio, verso un albero, verso un animale, comunque il sentimento che mi guida è sempre quello lì, la partecipazione con le vicende narrate o con i personaggi. In questo caso la storia parte da uno o alcuni personaggi che mi stavano molto a cuore, perché sono ispirati molto da vicino ad alcune persone reali che ho conosciuto e che mi interessava raccontare.

Una volta che l’hai iniziato, poi mentre ci lavoravi come l’hai cambiato?


Io non lavoro scrivendo prima una sceneggiatura prestabilita, per cui non c’è un’idea strutturata, definita e chiusa, ci sono una serie di suggestioni, una serie di piccole microstorie che ho in testa e che si sviluppano strada facendo insieme al disegno, quindi la sceneggiatura cresce insieme al disegno. Diciamo quindi che non c’è una sceneggiatura definita, ci sono degli appunti, io ho un bloc notes che mi porto sempre dietro su cui prendo appunti, faccio schizzi e quelli sono la base di partenza, perché di solito lì c’è già molto di quello che mi interessa raccontare. Ci sono già dei piccoli indizi sul racconto che molto spesso viene dopo, come ti dicevo strada facendo.

 

Da quant’è che fai il fumettista, o comunque da quant’è che lavori in questo campo?

Non lo so, da quant’è, io ho sempre disegnato, da quando facevo l’ITIS. Io ho fatto il perito elettrotecnico, mi ricordo che ci ho messo sette anni a farlo perché disegnavo invece di studiare, per cui diciamo professionalmente ho cominciato negli anni ’90, però si può dire che il primo libro che ha avuto una certa diffusione a livello nazionale è del 2009, “Morti di sonno”.

E di “Morti di sonno” cosa mi dici? MI hai detto l’altra volta che era molto autobiografico, quindi ci tieni particolarmente?

“Morti di sonno” è la storia di una generazione, che è la mia generazione, che è nata e ha vissuto la sua infanzia e poi la sua giovinezza nel quartiere di Ravenna che si chiama villaggio Aris, che è un quartiere nato a ridosso di un grosso petrolchimico, come residenza per gli operai, per le famiglie che venivano da tutte le regioni d’Italia. “Morti di sonno” cerca di essere un ricordo di questa generazione e di molti personaggi che ho conosciuto e… molti non ci sono neanche più, per cui per me era un tornare, scavare nella mia memoria personale, cercando di fare una storia più universale. Non di limitarmi a scrivere delle mie esperienze adolescenziali, ma cercando di toccare temi che forse sono stati importanti e lo sono ancora oggi purtroppo, importanti non solo per quella generazione e non solo per quel luogo: parlo dell’inquinamento, parlo delle morti bianche, morti sul lavoro, l’eroina, la droga, l’emarginazione etc., sono tutti temi che non riguardano solo me e la mia generazione.

Una domanda più generale, che ne pensi della situazione del fumetto italiano? Dall’interno come la vedi? Perché noi da lettori la vediamo molto bene.

La vedo molto bene anche io, credo che in Italia oggi ci siano molti autori, molte voci importanti. Potrei fare tanti nomi, molti sono nella mia stessa casa editrice, la Coconino, molti sono diventati miei amici, li ho conosciuti e sono molto felice di questo. Io credo che il fumetto italiano stia attraversando un momento molto vivo, molto ricco e molto felice, credo che non abbia nulla da invidiare ad altre scene europee, anche per varietà di approcci, ognuno con la sua voce, personalissima, ma ognuno porta un valore, una qualità a questo linguaggio che per me è molto interessante. È anche molto stimolante per chi ci lavora, per chi fa l’autore in questi momenti, essere circondati da voci così importanti, che è di stimolo per fare meglio, per migliorarsi insomma.

Ha un consiglio per chi disegna e vorrebbe diventare un disegnatore?

È difficile dare una ricetta, non ci sono ricette per diventare un disegnatore, io credo che – posso parlare della mia esperienza – sia necessaria prima di tutto una passione, una volontà molto forte verso prima di tutto il racconto, verso le storie da raccontare, un interesse profondo verso le vicende del mondo, per le vite degli altri e per le vicende che riguardano gli altri. Questa credo sia la base per chi vuole raccontare, non solo per chi vuole disegnare. Dopodiché ci sta tanto lavoro, tanti passi da fare, però io credo che il requisito fondamentale si questo qui.

Claudio Antonio De Angelis

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