Sette minuti e cinquanta secondi di verità!

Il ricatto della mafia allo stato, questo è quello che è da definire ufficialmente quest’oggi, grazie alla sentenza della Corte D’assise di Palermo con il giudice Alfredo Montalto.

Un chiaro ricatto, quello che la mafia non avrebbe il potere di fare ma è quello che la mafia è capace di fare: “Se non mi dai questo, allora farò quest’altro”.
Il pizzo è solo una delle cose più infime che queste associazioni fanno: non vi è assolutamente nessun comportamento più vile di un ricatto.
La mafia agisce così, povera di forma e contenuto morale, povera spesso anche di intelletto e colma di vuoti esponenziali di cultura, amore per il prossimo e rispetto per il mondo in cui si vive.

Quello che è sconvolgente in questa situazione è quanto sia stato possibile: forze emerite dello Stato che tra gli anni 92-93 hanno cercato di allentare la presa del maxi processo in corso unicamente per paura e per venire a patti con la parte peggiore del nostro paese.

Ci sono voluti anni prima di riuscire ad avere questa minima conferma da parte delle forze dell’ordine e prima di avere dei nomi da poter indicare come colpevoli: lo Stato davvero comunicava con le organizzazioni mafiose ed in particolare modo con “Cosa nostra”?
Finalmente ci sono prove di una colpevolezza. Non solo questa trattativa è esista, ma a fare parte di questo minestrone ci sono stati: boss mafiosi, alti ufficiali di carabinieri e personaggi politici rilevanti per la nostra seconda repubblica.


Nino di Matteo, PM emerito e titolare sin dall’inizio spiega che“Dell’Utri ha fatto da cinghia di trasmissione tra le richieste di Cosa nostra e l’allora governo Berlusconi che si era da appena insediato. E il rapporto non si ferma al Berlusconi imprenditore ma arriva al Berlusconi politico.

In questo momento le cose da dire sarebbero tante e le scuse che dovremmo dovrebbero essere illimitate: scuse ai cittadini italiani, quelli che non hanno mai dubitato nel senso della giustizia e che allo stesso tempo sono stati presi in giro da chi per ultimo dovrebbe prenderli in giro, scuse ai PM che si sono battuti fino in fondi per questo primo grado anche se definiti probabilmente politicizzati quando stavano cercando di capire qualcosa di troppo scomodo ed infine scuse a tutti i giornalisti che hanno provato a parlare e pronunciare le parole “trattative Stato-mafia” prima della sentenza del 20 Aprile 2018.

Non è comodo, per nessuno, affermare la debolezza del nostro Stato durante quegli anni e sopratutto quanto sia umiliante per noi stessi Italiani aver avuto una condotta del genere da parte dei nostri poteri forti.
Uno stato potente come l’Italia, che si vanta di una democrazia indenne, che si fa onore e portatrice di valori che non sempre potrebbe vantare.
Quello che stiamo sbagliando però sono tre cose fondamentali, ovvero:

1) Non rendere questa notizia pubblica o meglio farla passare in secondo piano, come se vi fosse una conferma che a parlare delle parole Stato e mafia una vicino all’altra sia qualcosa di proibitivo e impossibile da accostare. I telegiornali nazionali hanno reso difficile la diffusione di questa notizia come gli stessi giornali, come se fosse un rumore silenzioso. È qualcosa di strumentalizzato non voler comunicare all’interno del proprio stato una sentenza così importante?

2) Inoltre, senza scendere in un qualcosa di troppo personale, si dovrebbe trovare insensato che dopo una notizia del genere l’emerito cavaliere Silvio Berlusconi abbia ancora la possibilità indirettamente di poter dare voce in capitolo alle consultazioni del nostro governo.
Il parlamento, il popolo e tutti quelli dotati di buon senso nonostante la conferma di un primo grado appellabile, dovrebbero essere così riconoscenti alla giustizia stessa da fare un gesto incisivo, forte e diverso.

3) Come sottolinea Enrico Mentana su Facebook, con rammarico è importante chiedersi se siamo sicuri che tutto questo si fermi qui? Siamo sicuri che i nomi che sono venuti fuori è tutto ciò che dobbiamo sapere? Siamo sicuri che gli unici condannati siano alti ufficiali della polizia e fondatori di partiti di estrema destra? Non dovremmo andare più a fondo? Ma i politici di quegli anni, tutti, stanno rispondendo alle proprie colpe?

Giulia Olivieri

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