È possibile la crescita di nuovi neuroni in un cervello adulto?

La neurogenesi – il processo di formazione di nuove cellule nervose – è normalmente attivo durante il neurosviluppo, ossia nello sviluppo prenatale e i primi anni di vita dell’individuo, e si conclude in media alla fine dell’adolescenza, intorno ai vent’anni.

È allora possibile la crescita di nuovi neuroni in un cervello adulto?

Secondo Sandrine Thuret, neuroscienziata al King’s College of London, e i suoi colleghi, sì. Alcune ricerche recenti hanno infatti dimostrato l’esistenza di nuove cellule neuronali in cervelli adulti, aprendo così la strada ad un nuovo campo di ricerca.

L’unica struttura del sistema nervoso adulto in cui vengono generati nuovi neuroni sembra essere fino ad ora l’ippocampo, che si trova al centro del cervello nel lobo temporale ed è importantissimo per l’apprendimento, la memoria e l’umore ed è implicato nel circuito emotivo. Jonas Frisén, del Karolinska Institutet, ha stimato la nascita di circa 700 nuovi neuroni al giorno nell’ippocampo: di fronte all’enorme numero di cellule neuronali del nostro sistema nervoso questo appare un numero molto piccolo, eppure permette al cervello di sostituire tutti i neuroni presenti alla nascita entro i cinquant’anni di età.  Queste nuove cellule sono fondamentali per apprendimento e memoria, in particolare per il riconoscimento spaziale – non solo per quanto riguarda l’abilità di per sé, ma anche e soprattutto per quanto riguarda la qualità di tali abilità cognitive – per migliorare l’umore o prevenire il declino associato all’età o allo stress.

Hippocampus

Ciò che ha permesso agli studiosi una tale scoperta è la correlazione tra neurogenesi e depressione, inizialmente osservata nei pazienti oncologici: molti di loro, infatti, in seguito alle cure e guariti dalla malattia, mostravano ancora alcuni sintomi della depressione.

Uno studio condotto su modelli animali ha dimostrato che durante la depressione vi è un basso livello di neurogenesi, che si alza nuovamente con l’assunzione di antidepressivi e il conseguente abbassamento dei livelli della malattia; bloccando la neurogenesi, quindi, viene bloccata anche l’efficacia degli antidepressivi: i farmaci utilizzati nella cura del cancro sono infatti mirati ad arrestare la produzione di nuove cellule, perciò intralciano l’azione degli psicofarmaci.

E possiamo noi controllare la neurogenesi?

Assolutamente sì. Noi siamo, infatti, in grado di avere un’importante influenza sulla maggior parte dei processi che avvengono nel nostro corpo a livello nervoso, un’influenza che può essere sia positiva che negativa: i fattori positivi che stimolano la neurogenesi sono l’apprendimento di nuovi stimoli – più impariamo, più aiutiamo il nostro cervello ad imparare in modo migliore – i rapporti sessuali, l’attività fisica e il cibo; quelli negativi sono invece lo stress, la deprivazione del sonno, l’invecchiamento e il ciboNon a caso il cibo è presente in entrambi i casi: è infatti la scelta della dieta a determinare il tipo di influenza che essa avrà.Una dieta costituita da un piccola riduzione di calorie, pasti fatti alla giusta distanza l’uno dall’altro, ricca di flavonoidi – presenti ad esempio nei mirtilli e nella cioccolata fondente – e di omega-3 – acidi grassi presenti in alcuni pesci, come il salmone – favoriscono e incentivano la neurogenesi. Al contrario una dieta ricca di grassi saturi ed etanolo (alcool) – tranne nel caso del vino rosso, che contiene resveratolo, che aiuta la sopravvivenza nei nuovi neuroni prodotti e appare quindi piuttosto neutro – inibisce il processo. Alcune ricerche giapponesi, inoltre, hanno portato alla luce che perfino la consistenza del cibo potrebbe favorire la nascita di nuove cellule neuronali (il “soft food”, cibo soffice o morbido) o bloccarla (tutti i cibi che vanno masticati).

La maggior parte dei dati presenti riguardo il cibo vengono da studi animali. Da alcuni studi sull’uomo però si è potuto notare che la memoria e l’umore sono modulati dalla dieta nella stessa direzione della neurogenesi e che quindi effettivamente esiste un’associazione tra i due fattori, anche se ancora non ben determinata.

Martina Moscogiuri

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