Amore e morte secondo Van Dyck

L’arte moderna presenta un fattore importante per la sua comprensione: molto spesso è frutto di lavori per privati che volevano mantenere una dimensione esoterica nella fruizione delle opere. Si crea pertanto un sistema di comprensione, di assuefazione e rispetto per l’opera d’arte all’interno di un ambiente immateriale e piuttosto particolare, una sorta di camera dell’eco che è al contempo specchio e portale su una visione ed un messaggio.

Ideologie politiche per la corte, memoranda per la gloria dinastica o messaggi filosofici: tutto può essere incanalato nella commissione. Gli artisti non si sono semplicemente tenuti a certe condizioni: quest’ultime erano l’essenza del loro lavoro.

Questo ci porta ad Antoon Van Dyck (1599-1641). Fiammingo, allievo del grande Pieter Paul Rubens (1577-1640), fu uno dei più grandi artisti della sua epoca e la sua concezione del ritratto, ispirata dall’amato Tiziano, fece scuola ad un tale livello in Europa che l’Ottocento dovette lottare per discostarsi dai suoi dettami.101009094-f37cfebe-d8fc-47f8-9d47-a7a29b49d0ad

Rispetto a Rubens, Antoon ha una grazia calma, olimpica e sensuale nel tocco e nella scelta dei colori. Il tratto della pennellata è più calmo e lineare, i colori son più tenui. Non si trova in lui l’elogio della “ciccia della ricchezza” ma la grazia di volti chiari e più delicati. Al movimento, lui predilige la posa: se Rubens è regista, Van Dyck è fotografo.

Non stupisce che Carlo I re d’Inghilterra lo abbia voluto come pittore di corte considerandolo erede del Vecellio. Tra i tanti dipinti commissionati, c’è quella splendida tela di soggetto mitologico su Amore e Psiche (1639-40).

Proprio come Tiziano con Filippo II di Spagna o gli Este ferraresi, Van Dyck ha a che fare con la letteratura antica: nello specifico, si parla dell’Asino d’Oro d’Apuleio in cui, come pietra splendida in una collana, sta incastonata la storia dei divini amanti già citati.

La scena rappresentata in uno spazio di 200,2 x 192,6 cm è quella relativa ad una delle prove che Psiche, principessa del mito, deve superare per ordine di Venere. L’ambìto premio è il figlio della gelosa dea della Bellezza, cioè Amore, che lei aveva perduto per intemperanza e per desiderio di vedere l’oggetto amato. Il dio, scoperto nella sua natura, l’aveva lasciata. Solo riuscendo nelle prove che Venere le impone Psiche potrà avere colui che desidera. Ma quando le è ordinato di rubare dagli Inferi un assaggio della bellezza di Proserpina, Psiche apre il cofanetto e viene colpita da un sonno di morte. Van Dyck coglie proprio questo momento nella storia, quando Amore corre per salvare l’amata e finalmente stringerla sé per sempre.

Citazioni tizianesche si susseguono lungo la costruzione dell’immagine: abbiamo i colori del cielo ed il degradare del paesaggio in fondo a destra che ricordano il dipinto del Ratto di Europa (1560-62) del Vecellio; Psiche, contrastante rispetto al suo amato per i colori puri e virginali delle sue vesti, ricorda vagamente la donna nuda del dipinto de Gli Andrii (1523-26) del pittore cadorino ibridatasi con la Madonna del Riposo nella fuga in Egitto (1630) del Van Dyck.

Amore sopraggiunge con uno slancio perfettamente cristallizzato, con un velo rosso speculare alla veste azzurra dell’amata e un’apparenza che ricorda gli angeli cristiani e barocchi in prossimità del Cristo appena deposto, con una fisionomia slanciata ed atletica da adolescente. Qui si potrebbe pure vedere un accenno ai miti platonici sull’amore.

I due alberi di quercia sullo sfondo, uno vivo e vigoroso e l’altro ormai spoglio, sono una perfetta rappresentazione dello stato comatoso della protagonista, tra vita e morte. Non si ha certezza sulla circostanza scatenante della commissione: forse era un dono di nozze per la figlia del re, Maria, con Guglielmo d’Orange (il che arricchisce il dipinto di riferimenti politici e dinastici). C’è però chi sostiene che questo fosse il risultato di un subentro di Van Dyck in un progetto mai iniziato da Jacob Jordaens e Rubens.

Nota in chiusura: la modella per Psiche era probabilmente Margaret Lemon, focosissima amante del pittore che un giorno per gelosia tentò di strappargli il pollice a morsi.

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Antonio Canzoniere

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