Quando vedi una luce in cielo, meglio esprimere un desiderio.

“Esiste una sorta di stigma per cui le armi chimiche sono considerate inumane, immorali e per questo da bandire. Io non credo che morire in un attacco chimico sia più terribile che morire dissanguato per un colpo di baionetta o per un proiettile. La ragione profonda del perché è il fatto che sia più difficile controllarne l’uso. Spargendo un’arma chimica si potrebbe indiscriminatamente colpire sia il nemico che una popolazione inerme. Il loro gradiente di discriminazione è maggiore di quello di un’arma convenzionale

Queste sono le parole del professor Paolo Foradori, vicedirettore della Scuola di Studi Internazionali dell’Università di Trento, rilasciate in un’intervista al The Post Internazionale il 12 aprile riguardante l’attacco chimico sulla Syria il 4 aprile.

2017.

Con una puntualità impressionante, il 7 aprile 2018 ha avuto luogo un analogo attacco chimico dal regime del dittatore Bashar al Assad contro i ribelli nella medesima area, a Duma, nei sobborghi di Damasco, dove 70 persone hanno perso la vita. Sono state stimate 500 persone ricoverate d’urgenza nei servizi sanitari presenti sul territorio per via degli effetti dell’attacco chimico. I medici di Damasco hanno riscontrato nei ricoverati sintomi di esposizione a sostanze tossiche: schiuma alla bocca, contrazione e dilatazione delle pupille, asfissia, bruciatura della cornea, cianosi centrale – colorazione blu della pelle dovuta a problemi circolatori o polmonari-  e, in ultima battuta, un forte odore di cloro, segno dell’uso di un gas nervino riconosciuto come Sarin.

Immaginarsi tutto ciò fa effetto. Pensare ad un bambino con questi sintomi crea un nodo allo stomaco. Vedere il personale medico di Damasco prendersi cura dei bambini colpiti dell’attacco chimico squarcia ogni senso di tranquillità. La frase del professor Foradori ad inizio articolo acquisisce corpo e diviene una realtà manifesta nelle urla di civili e nei numeri delle vittime dell’attacco.

Resta invero certo che un tale atto debba subire conseguenze, con considerazione della celebre Convenzione di Parigi del 1993, per la quale le armi chimiche sono delineate come un’arma di distruzione di massa ed il loro utilizzo è una severa violazione del Diritto Internazionale.

L’attacco del 7 aprile potrebbe dunque portare ad una risposta della comunità internazionale tramite pesanti sanzioni economiche e diplomatiche o l’uso della forza. Quest’ultimo è però legalmente possibile solo in specifiche situazioni e laddove riconosciuto dal Consiglio di Sicurezza (CdS) delle Nazioni Unite. Sebbene non sia previsto da parte del CdS un iter ben definito sulle sue azioni per tali fattispecie, la prassi ha definito una sorta di ordine cronologico per le sue misure, definito da un iniziale “esperimento di indagini e l’adozione di raccomandazioni nell’ottica di ricomporre pacificamente il conflitto e, solo successivamente, la previsione di porvi fine, mediante misure provvisorie e poi sanzioni dirette, implicanti o meno l’uso della forza” con riferimento al Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite (Curti Gialdino 2009).

Gli Stati Uniti, il Regno Unito e la Francia sono tre dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza.

Russia e Cina sono gli altri due.

Ciascun membro permanente del CdS ha diritto di veto su qualunque risoluzione del Consiglio.

Ergo, le Nazioni Unite non hanno potuto neanche considerare un piano d’azione prima di veder i missili di precisione franco-anglofoni sfrecciare il 14 aprile sul territorio siriano per colpire tre bersagli ritenuti centri militari del regime dittatoriale che ha sferrato l’attacco chimico. Tale azione, seguendo il Diritto Internazionale, potrebbe solo a posteriori esser sanata dal CdS con una sua indagine e una sua successiva approvazione in merito.

Il presidente Trump si è ritenuto particolarmente soddisfatto dell’operato, sottolineando la precisione e l’efficacia dell’intervento. Il presidente Putin no. L’ambasciatore russo Anatoly Antonov ha dichiarato che “tali azioni non saranno lasciate senza conseguenze”.

Nel Regno di sua Maestà, il Primo Ministro Conservatore Theresa May ha affermato la necessità dell’intervento negli interessi della Gran Bretagna. Il leader all’opposizione laburista Jeremy Corbyn pone dubbi sulla base legale dell’attacco missilistico, assieme invero a degli stessi Membri Conservatori del Parlamento, per i quali sarebbe stato corretto chiedere l’approvazione delle House of Commons e House of the Lords.

Di fronte al Parlamento Europeo, il presidente francese Emmanuel Macron ha contrastato le proteste di diversi parlamentari sulla decisione francese di intervento, ponendo il fulcro dell’attenzione sul dovere comune di salvaguardare i diritti umani e dichiarando come l’attacco aereo di Regno Unito, Stati Uniti e Francia abbia “salvato l’onore della comunità internazionale”.

Il Supremo leader iraniano Ayatollah Ali Khamenei ha fortemente condannato l’atto balistico, definendo tale manovra come un crimine senza alcun guadagno. Yadollah Javani, alla politica estera, ha espresso il suo disappunto con riguardo ai missili sottolineando come “la situazione adesso sarà molto più complessa, a spese degli Stati Uniti che saranno responsabili per conseguenze dell’attacco”.

Le illustri figure di Stato irachene si sono poste contrarie a questa “pericoloso sviluppo”, mentre l’Arabia Saudita fornisce il suo pieno appoggio all’amministrazione americana sulla vicenda dal momento che rappresenta “una risposta alla crisi del regime”.

La Cina, da parte sua, si oppone all’uso della forza e sottolinea come sia doveroso “rientrare in un contesto di Diritto Internazionale”, mentre il Ministro agli Affari Esteri ha definito come lo scavalcamento del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite “vada ad aggiungere nuovi fattori di complicazione alla risoluzione della situazione siriana”.

In tutto ciò, i membri dell’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche (OPCW) della Nazioni Unite, dopo essersi visto per giorni negato l’accesso all’area dalle autorità russe e siriane, sono oggi riusciti finalmente ad iniziare le indagini sul coinvolgimento di armi chimiche nell’attacco della scorsa settimana, con la speranza di far maggior luce sulle terribili vicende del 7 aprile.

A Douma l’atmosfera è forse diversa e distaccata dalle tensioni del dibattito istituzionale e politico sulla vicenda. Molte persone coinvolte saranno ignare delle norme del Diritto Internazionale, della Convenzione del 1993 sulle armi chimiche, delle dichiarazioni dei Capi di Stato. Qualcuno starà rientrando a casa dall’ospedale di Douma, dove i suoi amici e i suoi fratelli sono invece rimasti, gli occhi sbarrati e la schiuma alla bocca. Nella distanza dal pronto soccorso a quel che resta della propria dimora il cielo notturno è terso e permette una chiara visione degli astri e delle costellazioni. In un tale momento di tranquillità e di silenzio converrebbe volgere lo sguardo verso quella scura metà dell’orizzonte. Si potrebbe allora distinguere la traiettoria di una scia luminosa artificiale, quasi fosse una stella cadente, dirigersi verso la terra siriana.

E chiudendo gli occhi, si esprime un desiderio.

Matteo Caruso


Bibliografia:

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