Il reality show: una parodia decameroniana?

Martedì 17 aprile, in prima serata su Canale 5 – a poche ore dalla conclusione de L’isola dei Famosi – ha preso il via il Grande Fratello 2018: che piacciano o meno, i reality show – da quel lontano 14 settembre 2000 che ha visto la messa in onda della prima edizione italiana del Grande Fratello – in questo ultimo ventennio di televisione italiana hanno trovato sempre più spazio, incontrando il favore e la partecipazione di un’importante fetta dei telespettatori.

L’isolamento dalla società, il perpetuo occhio delle telecamere che tutto vede e il conseguente abbattimento della privacy e dell’intimità: sono tutti temi che troviamo in nuce già nella distopia orwelliana e che, negli ultimi decenni, con l’incontrollato proliferare dei social network, sono divenuti parte integrante e vere perversioni della nostra società, trovando la loro massima spettacolarizzazione nel mondo dei reality show.

Ma è possibile rintracciare un precedente letterario più antico, con i dovuti accorgimenti e scarti culturali, per la struttura di questo spettacolo televisivo?

L’idea – già precedentemente evocata dal prof. Giancarlo Alfano, con la quale sono venuto a contatto durante una lezione di Filologia Italiana del prof. Maurizio Fiorilla all’Università degli Studi di Roma Tre – mi ha particolarmente affascinato e ho voluto tentare di sintetizzare brevemente i possibili punti di contatto – ma anche, specularmente, alcuni significativi scarti – tra il mondo dei reality e la cornice narrativa del Decameron, il capolavoro letterario di Giovanni Boccaccio. Ovviamente questo breve testo non vuole essere una speculazione esaustiva del tema, ma soltanto un semplice spunto di riflessione personale su due mondi così lontani e che eppure appaiono collegati da diversi elementi.

Firenze, 1348: la peste, giunta da Oriente, semina morte e sfalda il tessuto urbano di una delle città più importanti dell’Europa medievale; questo «orrido cominciamento» (Intr. I, §4) dà avvio alla narrazione intradiegetica della cornice del Decameron.
Nella Chiesa di Santa Maria Novella, sette giovani donne e tre giovani uomini decidono di fuggire dalla città per ripararsi nel contado: qui, sfuggendo al morbo, andranno a comporre l’«onesta brigata» che novellando, grazie al valore salvifico della letteratura, andrà a ricomporre quei valori di ordine sociale e convivenza civile che l’epidemia aveva annientato.

Quali sono dunque le somiglianze che possiamo rintracciare tra la situazione della cornice narrativa decameroniana e il mondo dei reality show?

Cominciamo, innanzitutto, dall’isolamento dalla società: se i giovani dell’«onesta brigata» tentano però di sfuggire alla morte e ad una società ormai destrutturata, i concorrenti dei reality, semmai, cercano di uscire dall’anonimato e rincorrono la celebrità. Questo isolamento nel Decameron ha luogo in un hortus conclusus che ha tutte le caratteristiche del locus amoenus della tradizione classica – nonché del Paradiso terrestre mediato attraverso la Commedia dantesca.
E nel mondo dei reality? Se alcuni show propongono un isolamento in luoghi idealizzati – ad esempio la casa del Grande Fratello, che con tutta la sua tecnologia e i suoi comfort potrebbe in qualche modo rappresentare il locus amoenus della nostra società consumistica – in altri casi l’ambientazione si presenta rovesciata – come ad esempio L’isola dei famosi, nel quale essa è paradisiaca sotto il profilo naturalistico, ma tutt’altro che accogliente sotto l’aspetto dell’ospitalità e dei comfort concessi ai concorrenti.
Un ulteriore punto di contatto si può rintracciare nel tentativo di ricostruire una gerarchia sociale all’interno del luogo di isolamento: i giovani dell’«onesta brigata» si organizzano per le dieci giornate deputate al novellare eleggendo ogni giorno un re o una regina che impone un tema ai novellatori e si fa garante che questo venga rispettato – con l’eccezione dell’irriverente Dioneo, eccezione che conferma e rafforza la regola, il quale novellando per ultimo in ogni giornata, dispone della licenza di rispettare o meno il tema impostogli.
Nel mondo dei reality invece, spesso e volentieri i concorrenti, attraverso prove settimanali, vengono suddivisi in categorie e premiati o puniti in base alle loro prestazioni all’interno del gioco: in tal modo si viene a creare una sorta di embrionale “società meritocratica”, nella quale chi ha più abilità si ritrova gerarchicamente più in alto di chi ne ha meno.

Quest’ultimo punto si ricollega direttamente al tema della competizione: nell’«onesta brigata» essa è quasi del tutto assente, se si eccettua quella riservata all’arte della narrazione. Le reazioni della brigata alle novelle sono puntualmente sottolineate dal narratore intradiegetico e più volte viene sottolineato come i giovani gareggino con il proprio predecessore; ciò però è puramente contestualizzato alla dimensione del racconto: la competizione non va mai ad intaccare l’armonia e l’ordine gerarchico del gruppo.
Nel mondo dei reality, come abbiamo già accennato, i concorrenti inversamente si sfidano continuamente l’uno con l’altro, tentando di soverchiare e ridefinire la gerarchia della settimana precedente e di minare l’integrità del gruppo, cercando alleanze e individui da eliminare dal gioco, al fine di poter giungere alla vittoria finale.
Questa è una differenza sostanziale: per l’«onesta brigata» il gioco consiste nel diletto del narrare e dell’ascoltare storie, non prevedendo sconfitti, ma soltanto vincitori.

Se dunque strutturalmente si presentano alcune affinità, è nelle finalità dell’isolamento e del gioco che bisogna ricercare il nucleo del rapporto tra il mondo dei reality show e quello della cornice decameroniana.

Come già detto precedentemente, Boccaccio demanda alla sua brigata e al novellare il compito di ricostruire l’ordine, l’armonia e i valori di una società disgregata dalla pestilenza: i giovani, raccontando le cento novelle che compongono il livello diegetico della narrazione, tentano di ricostruire una sistema valoriale da loro condiviso ma che il morbo sembra aver irrimediabilmente spazzato via; ciò, si noti bene, avviene attraverso la narrazione di quelle «cento novelle, o favole o parabole o istorie che dire le vogliamo» (Proemio, §13) che, grazie al genio narrativo del Boccaccio e alla sua capacità di citare e riscrivere un numero incredibili di fonti – da quelle classiche alla novellistica medievale, dalle agiografie e la trattatistica fino ai romanzi cavallereschi e ai racconti popolari – vengono nobilitate letterariamente.
Nel contesto dei reality show avviene esattamente l’opposto: l’isolamento è finalizzato a mettere a dura prova la convivenza forzata di individui sconosciuti tra loro – aspetto finora non citato, ma che non può essere ignorato – e a saggiarne le conseguenze: in questo caso i valori della convivenza civile e dell’«onestà» (valore fondamentale per i novellatori e che Boccaccio ripete, in maniera quasi ossessiva, all’interno della narrazione intradiegetica) vengono messi in crisi e si assiste spesso e volentieri, al trionfo del kitsch e, ancor più spesso, a quello del trash.

Tale rovesciamento infatti, avviene anche nella selezione dei partecipanti all’isolamento: se nel Decameron i giovani dell’«onesta brigata» sono spesso definiti «piacevoli» e «costumati» e inoltre, attraverso i loro “nomi parlanti”, richiamano alla mente precedenti letterari (basti citare Neifile, che suggerirebbe implicitamente la Vita Nova dantesca, o Lauretta, che ricorda la Laura petrarchesca), spesso nei reality show questi rappresentano i campioni dei vizi e delle virtù della parte più popolare e meno colta della società contemporanea.

Concludendo, si potrebbe dunque azzardare l’ipotesi per la quale il mondo dei reality show rappresenti un rovesciamento e una parodia – seppur non riuscendo a quantificarne la consapevolezza – dell’«onesta brigata» decameroniana.
Ciò non può non farci sorridere – umoristicamente – almeno un po’: per uno strano scherzo del destino, ci ritroveremmo allora ad assistere al un rovesciamento dell’opera letteraria di uno dei più grandi maestri della riscrittura e della parodizzazione delle proprie fonti; e mi piace pensare che, una siffatta parodia, farebbe sorridere anche il coltissimo e sollazzevole messer Giovanni.

Danilo Iannelli

 

Interventi sull’argomento del prof. Giancarlo Alfano
Umana cosa – Podcast -> Puntata del 28/09/2013 – II puntata. Introduzione: la peste e la villa del novellare (minuto 37:00 circa)
Intervista a Giancarlo Alfano 

Edizione di riferimento: Decameron, di Giovanni Boccaccio, a cura di Amedeo Quondam, Maurizio Fiorilla e Giancarlo Alfano, Bur, 2013

 

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