Il luddismo ai tempi di Amazon

Lo spogliatoio della palestra è il luogo in cui persone che condividono interessi simili possono scambiarsi idee sulla loro visione del mondo e lasciarsi andare a profezie apologetiche e lasciare perle di filosofia spicciola. Può capitare che il tema del dibattito, dopo un breve scivolamento sulla composizione etnica degli utenti dei trasporti pubblici che si differenzia in base agli orari, diventi il rapporto tra uomo e macchina.

L’interlocutore vedeva all’orizzonte fosche prospettive, citando fonti che prevedono la perdita di migliaia di posti di lavoro a causa della sostituzione dell’uomo con la macchina. Non solo nei lavori prevalentemente manuali, ma anche in quelli che consideriamo a forte componente di conoscenza, come il contabile o il giornalista. Al suo disperato grido di dolore contrapponevo il parallelismo con il periodo iniziale della prima rivoluzione industriale. I telai meccanici avevano modificato il ruolo umano nella manifattura, da lavoro artigianale, svolto essenzialmente in casa dalle donne come integrazione dell’attività agricola degli uomini, a processo di produzione spersonalizzato, convogliato all’interno di stabilimenti volti alla produzione di massa, in cui la quantità prodotta, le economie di scala e la massimizzazione dei profitti diventavano i metronomi che dettavano i tempi della vita degli operai. Combinandosi con le acquisizioni di terre da parte dei latifondisti e l’erosione dei diritti collettivi delle comunità rurali, aveva dato luogo ad una vera e propria rivoluzione sociale che aveva provocato lo spopolamento delle campagne e la creazione del proletariato urbano. La conseguenza era stata la creazione di ricchezza per pochi e l’immiserimento, economico e morale, per molti. Da lì la disperata rivolta del luddismo, la distruzione delle macchine, la repressione e la sconfitta di una ribellione che chiedeva il ritorno al passato.

Convinto che lo studio della storia possa essere di un qualche aiuto e conforto nell’interpretazione del presente, mi trovavo di fronte una negatività assoluta, da autentico declinista. Come al solito in queste discussioni è uscita fuori la frase classica “Non mi importa tanto per me quanto per i nostri figli”. La mia risposta è stata che i nostri figli avranno di fronte nuove difficoltà cui dovranno rispondere con nuove soluzioni. Del resto gli uomini e le donne del Settecento, trasportati dalle campagne dentro le fabbriche, non avevano una visione che riuscisse ad andare oltre il rimpianto del villaggio, incluse le sue carestie e le sue miserie. Cosa anche peggiore, nemmeno i capitalisti che avevano creato quel sistema avevano prospettive che andassero oltre il massimo profitto nel più breve tempo possibile.

Anche noi, immersi nel nostro tempo in una situazione che ha molti richiami a quella in cui si trovarono ad operare i protagonisti della Rivoluzione industriale inglese, fatichiamo a trovare una prospettiva in un mondo tecnologicamente avanzato che promette di poter fare a meno della forza lavoro umano sostituendola con quella robotica in settori sempre più ampi e meno legati alle attività manuali. Tuttavia la risposta che individua il ritorno al precedente status quo è improponibile in una società in cui le persone si stanno rapidamente adattando alle possibilità che i nuovi strumenti tecnologici ci offrono. Ci fa comodo acquistare online con Amazon, volare low-cost, prenotare le vacanze a prezzi bassi online, gestire gran parte dei nostri impegni tramite app, scegliere quale film o serie guardare tramite Netflix o lo streaming. Non parliamo di pochi privilegiati, come era nel settecento, ma di una massa che coinvolge praticamente tutta la società occidentale, che è al tempo stesso vittima e fruitrice del cambiamento. Il timore diffuso è che si arriverà ad un punto in cui le condizioni lavorative saranno talmente deteriorate, in termini di salario, da non poter più essere fruitori delle comodità cui non sapremmo rinunciare. Ecco che nello scenario dei futurologi ed in quello dei politici entra di prepotenza il tema del reddito universale, volto a garantire la sussistenza della popolazione in uno scenario in cui il lavoro non diventa più elemento peculiare nella società. La sfida attuale è quella di trasformare le repubbliche fondate sul lavoro in comunità partecipative. L’obiettivo che vedo nel breve termine è quello di disinnescare l’ansia di non poter trovare un’attività che sia fonte di reddito sufficiente a mantenere il tenore di vita considerato vitale, creando le condizioni perché le persone si possano orientare nella scelta dell’attività in maniera libera e socialmente utile. Le parole chiave in questa fase dovrebbero essere formazione ed elasticità, che non dovrebbero essere il viatico per un’eterna precarietà, ma al contrario le basi per costruire nuove certezze. Perché nella precarietà la società non cresce, ma crea i presupposti per rotture traumatiche e rende affascinanti soluzioni messianiche che hanno il vantaggio di portare risposte onnicomprensive ed assolute, che come tali non tengono conto della complessità del mondo e delle umane debolezze di chi dovrà gestire così tanto potere.

In contrapposizione alla negatività del compagno di allenamenti mi trovavo ad elogiare la fantasia e la capacità di leggere la realtà come antidoto al pessimismo e come unica prospettiva risolutiva per le attuali problematiche. Dovremo essere capaci, soprattutto nelle giovani generazioni, di leggere gli sviluppi con occhi nuovi. La sfida è quella di riuscire a sollevare lo sguardo oltre le nebbie di un presente in mutazione ed individuare una prospettiva che trasformi il concetto stesso di lavoro ed il suo ruolo all’interno della comunità.

La civiltà greca è riuscita a crescere e prosperare nei secoli, dando valore al ruolo sociale dei suoi cittadini, in un assetto istituzionale che evitava il lavoro come lo intendiamo oggi. Non potremmo noi, con altri strumenti culturali ed una visione evoluta, riprodurre lo stesso schema?

Luigi Caruso

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