“Chi sono?” e l’anti-poeta Palazzeschi

Inclusa nella raccolta Poesie edita da Vallecchi a Firenze nel 1925, “Chi sono?” è un componimento cardine – insieme a “L’incendiario” e “Lasciatemi divertire” – per comprendere appieno la poetica di Aldo Palazzeschi. 

Aldo Palazzeschi (al secolo Aldo Guliani) nacque a Firenze nel 1885; il recente ritorno di attenzione per le avanguardie del primo ‘900 ha provocato un ritorno di stima per l’opera di Palazzeschi, in particolar modo per la sua produzione giovanile; spirito profondamente eclettico, aderì in gioventù al Futurismo, dal quale però si staccò presto – netta la sua opposizione all’intervento italiano nella Prima Guerra Mondiale.

Il componimento – in versi liberi, ma con un predominio di senari che, alternati a versi molto brevi, anche trisillabici, gli conferiscono un ritmo sincopato e martellante – si apre con un eloquente domanda: “Son forse un poeta?“.
Palazzeschi mette in discussione la figura del poeta-vate dannunziana, demolendo verso dopo verso il ruolo più pragmatico e moralmente utile della poesia e del poeta.

Il componimento allora diventa una quête della propria identità artistica: attraverso la negazione delle qualità artistiche più nobili – il comporre versi e musica e il dipingere – Palazzeschi si distacca dalla tradizione letteraria e culturale dominante del suo tempo, andandosi a collocare in una controcultura che però, nel caso del poeta fiorentino, non può essere ingabbiata in rigidi schemi: la poetica palazzeschiana – che oscilla dal futurismo al crepuscolarismo, fino ad avvicinarsi al dada  – sfugge ad ogni tentativo di classificazione, denotando efficacemente il suo carattere eclettico e originale.


Al v.16, dopo la serie di negazioni, giunge allora la vera domanda esistenziale: “Son dunque… che cosa?“; qui il componimento prende le sembianze di un’anti-prosopopea, una dichiarazione di identità smarrita e mostra tutta l’auto-ironia palazzeschiana con l’ultimo verso, nel quale il poeta si definisce “Il saltimbanco dell’anima mia“; non si può non ricollegare quest’ultimo verso al più celebre componimento di Palazzeschi , la “canzonetta” intitolata “Lasciatemi divertire“, nella quale Palazzeschi rivendica per il poeta e per l’arte di comporre in versi la completa libertà, sia dagli schemi metrici che dall’impegno morale, giungendo a destrutturare il linguaggio poetico, qui avvicinandosi moltissimo al dadaismo.

Che cosa resta dunque al poeta, divenuto un “saltimbanco“? Un’attività poetica istrionica, giocosa e destrutturante, che mira a mettere in luce la paradossalità del reale – e in questo caso Palazzeschi sembra anticipare Pirandello; si veda ad esempio il romanzo futurista “Il codice di Perelà” del 1911, strettamente collegato a “L’incendiario” e al tema della poesia-fuoco – e lo smarrimento dell’intellettuale dinanzi agli sconvolgimenti e ai presagi dei primi anni del Novecento.

 

Chi sono?

Son forse un poeta?                                                     1
No, certo.
Non scrive che una parola, ben strana,          
la penna dell’anima mia:
«follia».                                                                             5
Son dunque un pittore?
Neanche.
Non ha che un colore
la tavolozza dell’anima mia:
«malinconia».                                                               10
Un musico, allora?
Nemmeno.
Non c’è che una nota
nella tastiera dell’anima mia:
«nostalgìa».                                                                   15
Son dunque… che cosa?                                            
Io metto una lente
davanti al mio cuore
per farlo vedere alla gente.
Chi sono?                                                                       20
Il saltimbanco dell’anima mia.

 

Danilo Iannelli

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