Nico, 1988

Venezia 74, “Nico, 1988” apre la sezione “Orizzonti” del festival. La regista Susanna Nicchiarelli in conferenza stampa presenta il film come “la storia di Nico dopo Nico. Di lei di solito si parla solo in funzione degli uomini con cui è stata da giovane: Brian Jones, Jim Morrison, Bob Dylan, Alain Delon, Iggy Pop. Una volta in un’intervista lessi che ‘a 34 anni Nico era una donna finita’. Falso. Dopo l’esperienza con i Velvet Underground Nico divenne una grande musicista. Ho voluto raccontare la sua parabola al contrario, una specie di conquista della vera libertà, per lei”.

Il terzo lungometraggio della regista romana è un discorso complesso sulla figura stessa dell’artista, su come l’arte dialoga con se stessa in tutte le sue forme espressive e il suo rapporto delicato con l’industria e con il successo. È emblematico in questo senso il momento in cui Nico si riferisce all’apice e al fondo del successo come due posti vuoti. La sua rabbia è mossa però da una forza vitale incredibile, infatti la decadenza della cantante è sfruttata per trovare sempre uno sfogo artistico. Nonostante la tossicodipendenza la risposta non è mai lì, ma sempre e solo nella musica.

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Per questo il personaggio di Nico – nome d’arte per Christa Päffgen – si pone come icona tragica intorno alla quale viene costruita la riflessione. Tutto questo è in ogni caso dovuto al perfetto lavoro svolto in fase di scrittura, sia per la drammaturgia che per la caratterizzazione dei personaggi. Si nota perciò un’attenzione ai dettagli straordinaria, testimoniata da una struttura circolare che è splendidamente autosufficiente. Ogni inquadratura è collegata con le successive da un preciso meccanismo di cui ci accorgiamo solo nel momento in cui partono i titoli di coda. “La musica di Nico è stata di gran lunga una delle produzioni più interessanti del periodo, e il contrasto tra le sue canzoni e le situazioni assurde di un tour male organizzato mi ha dato la possibilità di mostrare come la storia di Nico, come quella di tutti noi, fosse costantemente sospesa tra il dramma e la farsa.”

Ma se la scrittura funziona l’aspetto visivo è ancora più impressionante. Infatti, la regia sintetizza una serie di correnti stilistiche diverse, dal cinema europeo all’indipendente americano passando per un gusto dell’inquadratura alla Larraín, senza mai rinunciare ad avere però un’identità fortemente personale. Le luci, i colori, i movimenti di macchina sono amalgamati in modo tale da assuefare l’occhio dello spettatore alla narrazione ed entrare soprattutto emotivamente nella vicenda.

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In questo gioca un ruolo fondamentale l’incredibile performance dell’attrice danese Trine Dyrholm, che sembra essere entrata mentalmente e vocalmente in simbiosi con Nico. Quando la Dyrholm canta non sembra di vedere un’attrice o un’imitazione di Nico, ma di vederla per davvero, di assistere a un suo concerto piuttosto che a una rappresentazione cinematografica. E questo è fondamentale per tutte le scene squisitamente musicali del film, perché tutte sono emotivamente patetiche – nell’accezione reale del termine -, cioè che colpiscono direttamente la sfera emozionale dello spettatore.

Inoltre, fa particolarmente piacere notare come il cinema italiano possa ogni tanto produrre dei gioielli come questo, dall’aspetto e dagli addetti ai lavori internazionali, ma senza rinunciare alla tipicità del nostro cinema. Infatti, supera molte delle barriere che gran parte dei film italiani hanno, andando a raccontare e a rappresentare esattamente ciò che era necessario, senza stonature o momenti fuori luogo.

Si può quindi dire che “Nico, 1988” – tra l’altro fresco vincitore di 4 David di Donatello e già premio per il Miglior film Orizzonti a Venezia – è sicuramente uno dei migliori film italiani della stagione, ma anche che può rappresentare un punto di svolta importante per il nostro cinema.

Claudio Antonio De Angelis

 

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