La forma dell’acqua, quando la realtà corrompe la fiaba

Reduce delle quattro statuette della notte degli Oscar (miglior film, miglior regista, migliore colonna sonora e migliore scenografia) La forma dell’acqua, pellicola dell’eclettico regista messicano Guillermo del Toro, è sbarcata lo scorso 14 febbraio in Italia, ottenendo dei buonissimi risultati al botteghino, con un incasso di 8.359.857 € (dati di aggiornati al 01/04/2018).

L’atmosfera, sin dalle prime battute, è squisitamente dark: ne La forma dell’acqua del Toro mescola sapientemente gli elementi fiabeschi con quelli fantastici e fantascientifici, senza disdegnare, pur se per vie traverse, un’acuminata descrizione dell’America degli anni della Guerra Fredda.

La struttura narrativa si configura, nel suo senso più proppiano, una fiaba: i ruoli degli attanti sono ben definiti – a volte persino un po’ stereotipi – e grazie alla loro definizione e alla splendida colonna sonora di Alexandre Desplat, lo spettatore viene catapultato in un singolare mondo fantastico, dove l’elemento fiabesco non riesce mai a fare a meno del suo corrispondente realistico o, quantomeno, verosimile.

Il contrasto tra l’elemento fantastico e fantascientifico e quello più realistico non possono che generare nello spettatore una serpeggiante inquietudine, che cresce a più riprese fino alle ultime battute del film, mantenendo sempre alta la tensione narrativa.


La comunicazione umana (e non), il confronto con la diversità e l’acqua come elemento fondante della vita sono certamente i temi intorno ai quali si dipana la trama della pellicola; un altro nodo cruciale è inoltre quello della realtà storica dell’America durante la prima fase della Guerra Fredda: l’America della più abietta morale borghese e della sua corsa al benessere, della conquista dello spazio in competizione con l’U.R.S.S. e del suo militarismo esasperato ed esasperante.

A confermare questa impossibilità dell’elemento fantastico e fiabesco di svincolarsi del tutto da quello realistico, è senz’altro la figura dell’antagonista Richard Strickland, interpretato da Michael Shannon. Egli è un fedelissimo ed efficientissimo servo dello stato americano e del suo militarismo; si ritrova però a dover fronteggiare dei nemici imprevisti e contro i quali non sarà mai abbastanza armato: una creatura dai tratti quasi divini, una donna innamorata e i suoi aiutanti –  in senso proppiano – che oppongono all’efficienza militare il preziosissimo sentimento dell’amicizia. Strickland però non riesce ad essere in toto un antagonista “cattivo”, come suggerirebbe il copione di una fiaba: egli è quasi un personaggio tragico, in quanto incarna – pur con tutte le sue contraddizioni, che il regista messicano sfrutta abilmente –  quella cieca morale borghese che induce al consumo e all’efficienza, attraverso i quali si giungerebbe al compimento del sogno americano, dimenticandosi però il ruolo fondamentale che i sentimenti e i rapporti umani (e non) hanno per la felicità dell’individuo.

La forma dell’acqua risulta allora una visione inquietante, che ci mette dinanzi ad un fantastico della porta accanto, nella quale l’elemento storico attualizza fin troppo il fantastico, rendendolo ancor più efficace. Ciò che più disturba ne La forma dell’acqua non è l’irruzione del fantastico nel mondo reale, quanto piuttosto l’inverso: il mondo reale che, con la sua gretta morale, rischia di compromettere i sentimenti e l’happy ending tipici della fiaba.

Guillermo del Toro mostra ancora una volta la sua ecletticità, andando a mescolare sapientemente elementi molto diversi tra loro, ma comunque riuscendo ad ottenere un prodotto narrativo molto valido e coeso, che sfrutta, all’inverso di come dovrebbe essere, le crepe del mondo fiabesco per farvi penetrare l’accecante luce di un’angosciosa realtà storica e della sua cieca morale.

 

Danilo Iannelli

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